Dove siamo?

BANGLADESH, Muladuli – Jhoragopalpur
Diocesi di Rajshahi -DISTRETTO DI NATORE

DATA APERTURA: 29/05/1998

Jhoragopalpur, o Muladuli, era conosciuto all’inizio come un sottocentro della parrocchia di Bonpara e fino al 1998 era una comunità satellite dipendente dalla comunità di Bonpara. Nel 1979 i Padri di Bonpara avevano infatti chiesto alle sorelle di iniziare una presenza satellite a Muladuli, per prendersi cura delle comunità cristiane della zona, costituite da Bengalesi e Paharia. Nel 1998 è diventata una presenza stabile come comunità indipendente.

CON CHI STIAMO PARLANDO?

sr. Filomena Alicandro

nata a Marina di Minturno il 28/01/1937

missionaria dell’Immacolata dal 1961 e missionaria in Bangladesh dal 1966. Al suo arrivo è stata accolta dalle sorelle arrivate all’inizio della missione nel 1953, ha vissuto in missione nel 1971 insieme alle altre MdI la guerra fra Bangladesh e Pakistan e il dopo guerra, ha dedicato tutta la sua vita al miglioramento della condizione delle donne bengalesi anche attraverso dei Centri di ricamo che aiutassero la loro istruzione e la loro indipendenza economica nelle famiglie.

  • Cara sr. Filomena, secondo la tua esperienza, quali sono gli elementi fondamentali di uno stile di vita missionario, che permettono di inserirsi in missione?

Nel 1966, quando sono arrivata, ancora prima della guerra civile che ha dato l’indipendenza al Bangladesh nel 1971, era tutto diverso: la situazione economica delle gente, la povertà, la pressione politica, ma era tutto diverso anche per noi missionari, per il nostro inserimento. Non ho infatti imparato la lingua bengalese sui banchi di scuola, ma insieme alle bambine e nella visita alle famiglie, ascoltando, ascoltando… e cercando di memorizzare. Il primo inserimento è stato positivo grazie proprio a loro, alle bambine, che mi aiutavano ad apprendere la lingua. Il cibo, la cultura, il clima, … Tante cose sono state difficili all’inizio, ma tutto accettavamo con gioia, per l’entusiasmo e la fede che ci avevano portato lì, in uno dei paesi più poveri del mondo, per annunciare e comunicare il Signore a chi ancora non lo conosce appieno!

  • Quali sono i tuoi consigli per un giovane missionario che si sta inserendo ora in missione?

Il mio consiglio ai giovani missionari è quello di accettare giorno per giorno la vita com’è, anche se magari tutta diversa da quella a cui uno è abituato. È necessario il tempo, tempo per poter capire piano piano la mentalità della gente. Ricordandosi sempre che qualsiasi cosa ci chiede la vita in missione è sempre al servizio del regno. Io mi sono sempre adoperata per il centro di cucito e ricamo, fin da bambina a casa ricamavo ed è sempre stata una mia passione. È stato questo talento donato dal Signore che mi ha permesso di inserirmi nella vita del villaggio, ma soprattutto di contribuire a migliorare la condizione femminile, che in Bangladesh era ed è ancora uno dei nodi più problematici a livello famigliare e sociale. Adesso ancora alcune ragazze ricordano il mio contributo e ringraziano per quell’istruzione che ha cambiato loro la vita e la condizione.

  • Quali sono i punti forti, irrinunciabili della vita missionaria, secondo la tua esperienza?

Se guardo a noi, prime missionarie qui in Bangladesh, allora ancora Pakistan Orientale, vedo con chiarezza come noi non fossimo veramente niente di speciale: nessuna istruzione o competenza specifica… Eppure con l’aiuto di Dio siamo state presenza semplice e vera di Dio, perché quello che facciamo, è per il Signore. Penso che sia fondamentale agire e donare con libertà, portare avanti attività e incontri e ogni mansione quotidiana solo come dono per Lui, e non per essere riconosciute o cercate o ringraziate.

Noi missionarie consacrate siamo inoltre un segno nel portare il sacrificio, la povertà e la solitudine, nel viverle come scelta deliberata in un paese e in una terra non nostri, ma donati da Dio, dove Lui ci ha mandato. Se allora il sacrificio era più orientato a condividere la miseria e l’indigenza con la gente, oggi, dove forse le condizioni economiche generali anche in Bangladesh in un certo senso sono migliorate (anche se non dappertutto), lo scopo di portare il sacrificio intrinseco nella scelta della vita consacrata è lo stesso, nel vivere la solitudine, la mancanza della famiglia, l’abbandono e la fiducia nella Provvidenza. Ho sperimentato come si può essere segno eloquente di Dio anche per coloro che sono di altre religioni.

  • Se dovessi riassumere in una frase quello che hai imparato in questi quasi 50 anni di Bangladesh, cosa potresti dirci della missione?

La mia esperienza di vicinanza con la gente in Bangladesh potrebbe essere riassunta in questo: essere presenza di Dio nel momento giusto nella vita di ogni famiglia e di ognuno.

La costanza e la semplicità, l’interessamento benevolo e sincero, fatto per amore di Dio, ne sono i cardini. Io ogni giorno facevo il giro del villaggio, anche senza motivi preannunciati, e in questo modo sono entrata a poco a poco nella vita della gente, fino a conoscere più di tre generazioni di cristiani, qui a Muladuli. La grazia che vive il missionario è l’essere segno della presenza d’amore di Dio nei momenti ordinari della vita della gente. Se siamo davvero presenti, anche la gente ci tiene presente e ci ama.

  • Raccontaci un episodio concreto che più ti sembra significativo.

Tantissimi sono i ricordi vivi nella memoria e i motivi per ringraziare il Signore, molti anche personali della vita di ogni famiglia. Posso dire però che in tante occasioni il Signore mi ha permesso di essere nel ‘posto giusto al momento giusto’, o di avere un’intuizione giusta, su ispirazione dello Spirito Santo.

Come una volta che, facendo il giro del villaggio, ho incontrato un uomo molto povero. La sua condizione rivelava che non mangiava da molto ed era solo e non troppo in salute. Io mi sono subito preoccupata di non avere niente da dargli da mangiare, di come tornare in comunità per prendere qualcosa, o di chi chiamare per venirgli in aiuto. Dopo poco capisco che la richiesta che mi faceva, era quella di ricevere la comunione. In quella condizione di indigenza, era un altro il desiderio del suo cuore. Ho avuto giusto il tempo di chiamare il sacerdote, che lo ha incontrato, battezzato e confessato, dandogli poi la comunione, per poi sapere che era morto poco tempo dopo.

Cosa dire? Nell’incontro con la missione dobbiamo essere pronti a lasciarci aprire il cuore da chi incontriamo e anche dobbiamo essere pronti a fare la volontà che Dio ci ispira, qualunque essa sia.

Solo allora saremo strumento reale nelle sue mani. Io lo ringrazio dal profondo del cuore per tutto quello che con la sua grazia ho potuto sperimentare in questa lunga vita in missione!

sr. Filomena Alicandro, Provincia Bangladesh

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