canoas

Dio mi ha donato l’opportunità di vivere intensamente 42 anni della mia vocazione missionaria tra i popoli indigeni, i caboclos (popoli derivati dall’unione tra indio e bianchi) e i ribeirinhos (popoli che vivono lungo il fiume). Ho lavorato tra gli indios Satere Maué, tra i Mundurukus e per molti anni tra i popoli Ribeirinhos. La mia prima esperienza in Amazzonia è stata quella di lavorare per la creazione delle comunità di base, principalmente tra le comunità ribeirinhas. Ho preparato i loro leaders e aiutato a formare una coscienza critica sulla realtà dell’epoca, segnata dalla repressione e dalla dura dittatura che colpiva anche gli indios.

Ho imparato molto da questi popoli sui valori del Vangelo, il primo tra tutti “la semplicità di vita”. Credono nel Dio “Tupanaru” che ci ama così come siamo ed è molto presente nella natura. Quando un indio è turbato per qualcosa, va nella foresta e sceglie un albero con cui conversare e si reca anche nel luogo dove sono stati sepolti i suoi ancestrali. Si siede là, conversa e riceve consigli.

Fin dai primi giorni della mia presenza tra i Sateré Maué, ho notato che tra loro non esiste “questo è mio, questo è tuo”, al contrario, tutto è di tutti. Quando gli uomini andavano a caccia di notte per cercare qualcosa da mangiare o riuscire a pescare qualche pesce per il sostegno della famiglia, al ritorno dividevano tutto tra tutti. Un giorno ho cucinato un po’ di spaghetti con acqua e sale, avevamo solo quello da mangiare quel giorno. Mi sono trovata in poco tempo circondata da bambini e adulti. Ho distribuito gli spaghetti a tutti e chi ne aveva ricevuto più di uno ne dava anche a chi non ne aveva. “E tutti distribuivano il pane… e non c’era nessun bisognoso tra di loro”.

caboclosLa cultura indigena mi ha aiutato a fare una forte esperienza di Dio e ad avere un grande rispetto per la natura. Gli indios hanno un altro modo di entrare in relazione con Dio, è un Dio presente negli alberi, nel sole, nella luna e nel silenzio della foresta. Mi sono avvicinata a questo modo di percepire Dio e imparato ad ascoltarlo nel mormorio del vento, nelle notti lunari e nel gorgoglio dell’acqua dei fiumi.
Non ho mai visto un padre o una madre picchiare i loro figli. È il papà a prendersi cura dei figli maschi e la mamma ad occuparsi delle figlie. Quando un bambino o un ragazzo ha bisogno di essere ripreso, il suo responsabile lo chiama in disparte e sia il papà che la mamma, conversano con il figlio o la figlia perché comprenda l’errore commesso.

Ho anche imparato che la missione non è FARE ma significa ESSERE.
Essere chi, che cosa? Presenza di LUCE, presenza solidale, testimone della misericordia di Dio che ci ama così come siamo. Ho imparato il rispetto per la cultura per per il ritmo di vita proprio dei popoli indigeni e ribeirinhos.
Sono loro che mi hanno insegnato che la missionaria deve svuotarsi del suo modo di essere, di pregare… Svuotarsi della sua cultura e soprattuto amare quel popolo che le è stato affidato. Deve essere estremamente semplice, rispettare il loro ritmo e il loro modo di entrare in contatto con Dio.
Due giorni dopo il nostro arrivo al villaggio, il Tuxaua, (resposabile) ha riunito tutti gli indios e ha comunicato loro che dovevano accoglierci bene e rispettarci, perché eravamo “le cugine” di Gesù.
Mi dispiace molto vedere le attuali sofferenze dei popoli indigeni dell’Amazzonia, popoli dimenticati dai governi e qualche volta anche dalla Chiesa. I grandi incendi nella foresta Amazzonica stanno restringendo il loro spazio vitale, li stanno costringendo a fuggire e la loro sopravvivenza è profondamente minacciata.
Conservo nel cuore con gratitudine, affetto e ammirazione il ricordo di questi nostri fratelli, che mi hanno aiutato molto a fare un’esperienza autentica di Dio e una ricchissima esperienza missionaria.

Sr. Imelda Zandonadi – Brasile Sud

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