Ritornando in Amazzonia a fine 2018 dopo alcuni anni a Roma, sono stata destinata a svolgere la mia missione nella città di Parintins, 120 mila abitanti, su un´isola scendendo il Rio delle Amazzoni, a una giornata di barca da Manaus (circa 400 km).  Il mio desiderio era poter riprendere il servizio evangelizzatore tra i popoli della foresta, ´caboclos´ e indigeni, “finché la salute e il fisico tengono”.

Il vescovo diocesano, mons. Giuliano Frigeni, bergamasco del PIME, mi ha invece chiesto di aiutare la ristrutturazione delle opere sociali della Diocesi: centri sociali e educativi per bambini e adolescenti poveri, scuola per bambini sordomuti e con deficienze, ospedale, Caritas diocesana. Queste opere, nate dalla creatività dei padri del Pime e sostenute dalla dedizione del vescovo, devono ora trovare una propria autonomia per continuare (i padri del Pime stanno lasciando la Diocesi e il vescovo ha 72 anni). Una proposta che ‘sgonfiava’ i miei sogni di missione, ma davanti a Dio ho preferito ascoltare ‘il grido’ della Chiesa locale, collocandomi a servizio, perché le opere sociali sono “la carità organizzata”, che genera processi di cambiamento della vita delle persone, e perché oggi più che mai il ruolo di una missionaria straniera è far nascere e appoggiare il protagonismo locale.

Nel bel mezzo di questo lavoro, verso fine marzo è arrivata anche qui l’epidemia Covid. L´impatto iniziale è stato di panico e shock (paura di contaminarsi e contaminare la propria famiglia, strutture sanitarie inadeguate, mancanza di mezzi…). Essere trovato positivo sembrava corrispondere a essere intubato e morire in solitudine. L´ospedale diocesano, con 87 letti, totalmente gratuito, è stato subito messo a disposizione e ci si è organizzati con l´ospedale municipale per dividere i pazienti – della città e delle comunità della foresta: là i sospetti/positivi al virus e nel nostro tutto il resto (maternità, neonatologia, pediatria, cliniche generiche, ortopedia, chirurgia…). Ha funzionato poco tempo, il virus si era già diffuso e ha cominciato a contaminare funzionari e pazienti.

Intanto in Brasile, a Manaus e poi sempre più nelle cittadine lungo il fiume e poi nelle comunità all’interno della foresta amazzonica, anche tra gli indios, l´epidemia si sparge in modo esponenziale e i precari mezzi sanitari a disposizione rendono le popolazioni ancora più vulnerabili (per dare un´idea, nello Stato dell´Amazonas – 5 volte l´Italia, 4 milioni di abitanti – ci sono reparti di terapia intensiva solo a Manaus, a ore di volo dalle città più distanti). D’altronde, se nei quartieri di classe media l´isolamento sociale stava funzionando, nelle periferie le case sono piccole e sovraffollate, attaccate le une alle altre, culturalmente si vive fuori e la casa serve solo per dormire, limitare i contatti con familiari e amici è incomprensibile. Avendo l´unica sala chirurgica funzionante nella regione, tutta la maternità e molte partorienti positive, abbiamo dovuto isolare un settore, re-inventare continuamente l´organizzazione e i turni…

Parrocchie, attività pastorali, scuole e centri sociali sono stati chiusi. Ma ci sono molti modi per servire il popolo di Dio, ancora di più nei momenti di crisi e paura. Per me, come missionaria, era una chiamata a non aver paura, non chiudersi, ma trovare come continuare a donare questa mia vita “già donata a Dio e ai fratelli”. Per questo, con la Caritas si è cercato di aiutare le famiglie ancor più in difficoltà per la perdita del lavoro (tolti i funzionari pubblici, la maggior parte vive di lavori informali, alla giornata, e le misure di isolamento sociale hanno un impatto economico molto grande); con le suore abbiamo fatto un piccolo progetto per le donne dei nostri corsi di lavori manuali per pagar loro la produzione di maschere e cuffie da donare alle neo-mamme ricoverate; con la direzione dell´ospedale cerchiamo di dare medicine e aiuto materiale a chi ne ha bisogno… L’accompagnamento della direzione dell´ospedale cercando unità e coraggio per affrontare i molti problemi, l´ascolto dei funzionari con i loro problemi e paure per dare consolazione e speranza, le relazioni con gli enti pubblici per una collaborazione non sempre facile son diventati il mio lavoro quotidiano. Un tipo di missione che non avrei mai previsto! Le difficoltà e preoccupazioni sono tante, fan perdere il sonno, a volte sembrano sommergerci, come con la perdita di ben 2 medici e un terzo abbastanza grave… Ma, finora, alla fin fine, siamo riusciti a tenere l´ospedale in funzione, a non mandar via nessuno (anche se i pochi mezzi a volte sono costati la vita, come al primo indio sateré-mawé positivo, arrivato in crisi respiratoria, i nostri 2 respiratori già occupati, non ha resistito…), abbiam pagato i funzionari dando lavoro a più di 250 persone… e lo abbiamo fatto con il cuore!

Molte chiese protestanti dicono che l´epidemia è una piaga divina per convertire l´umanità corrotta, altri dicono che “se sei con Dio non ti succederà nulla”. Personalmente, pur riconoscendo una certa dose di verità in queste posizioni, non credo che il Dio di Gesù ‘funzioni’ così (‘castigando i bambini cattivi’ e ‘salvando magicamente i buoni’). Credo che Dio Padre ci ami infinitamente –buoni e cattivi-, che Gesù continui a essere con noi, nella Croce e nella Resurrezione, che lo Spirito ci coinvolga nella dinamica dell´Amore che sempre si dona e dona vita. Per questo, nella preghiera e nella giornata, cerco di vivere la mia fede missionaria appoggiandomi in Dio e donandomi con amore, portando speranza e ‘lottando’ per i più bisognosi.

Sr. Laura Cantoni, Parintins, Brasile Nord

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