Sono l’ultima di sei fratelli e forse per questo molto coccolata dai miei. Papà aveva per ciascuno di noi un grande senso di protezione. Non aveva studiato, ma ci stimolava a crescere nella fede; alla sera ci riunivamo per pregare insieme il rosario e cantare; in seguito io gli leggevo il Vangelo e lui ce lo spiegava. Non ho mai capito come fosse sempre informato anche sulla situazione politica del nostro paese. Oggi, la gente del mio villaggio guarda alla nostra famiglia come a un modello grazie agli insegnamenti che papà ci ha lasciato.

Ricordo che ancora adolescente avevo modo di seguire le nostre suore che venivano nel mio villaggio per la catechesi, gli incontri per i giovani, i campi estivi e l’accompagnamento delle neo mamme. La gioia che trasmettevano nel fare tutte queste cose mi affascinava. Alla gente piaceva il loro servizio perché si rivolgevano a tutti indistintamente. Mi piaceva molto vederle danzare e drammatizzare le parabole del Vangelo, non mancavo a nessun incontro. Intorno a me vedevo i tanti poveri del villaggio, altri anziani o ammalati e mi immaginavo già suora a servizio di queste persone. Avevo 12 anni e quando parlavo di questo con i miei genitori mi dicevano che ero troppo piccola per avere le idee chiare.

A 16 anni ripresi più volte con loro il discorso, ma puntualmente mi scoraggiavano dicendomi che non avrei neppure potuto immaginare la vita delle suore e inoltre, da parte loro, non avrebbero mai accettato che io lasciassi il paese.

Vincent, mio fratello maggiore, intercedette: “Perché non lasciarla provare?”. Mamma mi sfidò dicendomi: “Saresti capace di lasciarmi sola in punto di morte?”. Risposi: ”Sì”. Scoppiò a piangere, ma mi lasciò andare, sicura che sarei tornata presto a casa.

Confesso che all’inizio ho fatto in effetti molta fatica, non solo nelle cose pratiche. Avevo difficoltà nell’apprendimento dell’inglese; ero timidissima, poco abituata a parlare in pubblico e molto meno a condividere le mie riflessioni con gli altri; anche la convivenza con persone diverse dalla mia cultura risultava difficile.

Sono stata seguita e aiutata molto da sr. Elsy e poi da sr. Mary George. Con molta pazienza mi dicevano che la vita che avevo scelto aveva le sue esigenze, che non dovevo aver paura di sbagliare, ma essere sempre disposta a ricominciare. Poco a poco le mie paure hanno lasciato il posto a una sicurezza di fondo che neppure pensavo di avere. Anche nella pastorale cominciavo a sentire la gioia di raccontare la mia vocazione, di parlare del Vangelo: una vera e propria conquista per me.

Nel 2008 sono diventata suora, poi ho studiato come infermiera e prima ancora di terminare gli studi ho ricevuto la destinazione per l’Africa. Quel giorno mi invase una gioia immensa, perché l’Africa era sempre stato il mio sogno nel cassetto.

Oggi non mancano i timori per la nuova missione che si fa più vicina. In questo breve passaggio in Italia sento di aver raccolto altre esperienze per vivere in comunità internazionali. Penso di aver acquisito la capacità di riconoscere e accogliere le differenze culturali: sono sicura che questo mi prepari ancora meglio alla Guinea Bissau dove… proprio come ci ricordava mons. Balconi: “…voglio essere italiana con gli italiani, guineana con i guineani”.

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