Missionari in America CAM 5

alla luce del CAM 5

Nel mese di luglio 2018, delegazioni di 24 Paesi del continente americano si erano riunite in Bolivia per il Congresso Missionario Americano (CAM), un importante momento di riflessione, celebrazione e condivisione che avviene ogni cinque anni dal 1977. In realtà, le prime 5 edizioni erano dette Congresso Missionario Latino-americano (COMLA). Dal 1999, si sono aggiunti il Canada e gli Stati Uniti, e perciò il COMLA 6 è diventato anche il CAM 1.

L’obiettivo principale di questi congressi è rafforzare l’identità e l’impegno missionario ad gentes della Chiesa in America. Nel pontificato di papa Francesco, questo obiettivo si declina nel desiderio di annunciare la gioia del Vangelo a tutti i popoli, con un’attenzione particolare verso le periferie del mondo di oggi e al servizio di una società più giusta, solidale e fraterna.

Il tema del CAM 5 era “La gioia del Vangelo, cuore della missione profetica, fonte di riconciliazione e di comunione”, e il suo motto: “America in missione, il Vangelo è gioia”.

Sr. Regina da Costa Pedro, MdI che aveva partecipato al Congresso, ci aiuta ora a riflettere sulle più importanti sfide missionarie in America.

Quali riflessioni sulla missione erano state evidenziate nel Congresso?

Il tema principale del Congresso era stato sviluppato in sei tematiche: Vangelo, Gioia, Missione e profezia, Riconciliazione e comunione, Missione ad gentes.

Tutte le riflessioni sono state molto interessanti, ma in modo particolare mi ha colpito quella del secondo giorno di mons. Santiago Silva Retamales, vescovo cileno, sul tema: “Annunciare il Vangelo nel mondo di oggi”. Ne ha parlato aiutandoci a guardare a due paradigmi dell’annuncio: Gesù che annuncia il Regno al mondo giudaico e poi Paolo che annuncia il Vangelo al mondo greco-romano. Guardando a questi due modelli, la Chiesa di oggi è chiamata ad annunciare il Vangelo del Regno con lo stesso stile con cui Gesù ha compiuto la sua missione e, guardando a Paolo, primo cristiano urbano e cosmopolita, può trovare piste molto attuali per l’evangelizzazione del mondo contemporaneo. Paolo, infatti, ha camminato in mezzo alla complessità e alla pluralità, religiosa e culturale, del mondo urbano della sua epoca.

Tra le sue considerazioni su ciò che significa evangelizzare nel mondo odierno, vorrei sottolineare la necessità di partire da un’auto-comprensione della Chiesa alla luce del Concilio Vaticano II e del Documento di Aparecida (documento finale della V Conferenza generale dell’episcopato latino-americano e dei Caraibi, che si è svolta ad Aparecida, in Brasile, dal 13 al 31 maggio 2007). Bisogna riconoscersi come Chiesa sacramento universale di salvezza, icona della Trinità, mistero di comunione e missione che si apre, con i suoi doni e ministeri, a servizio dell’umanità.

Non è possibile annunciare il Vangelo al mondo odierno senza quella conversione missionaria personale, ecclesiale e pastorale chiesta da papa Francesco e che si fondamenta nell’incontro con Gesù Cristo. Parlando a partire dalla realtà del Continente americano, è impossibile dimenticare che tra gli interlocutori di questo annuncio si trovano i volti e i corpi sfigurati dell’umanità, che mettono in discussione e interpellano l’azione evangelizzatrice.

Quali sono le sfide più urgenti nel futuro missionario in America?

Le sfide nel presente e nel futuro dell’evangelizzazione dell’America sono molte, e alcune erano state toccate nei momenti meno brillanti del Congresso. Ne cito due: il ruolo dei laici e delle donne nella Chiesa e l’apertura alla missione ad gentes e ad extra.

In quasi tutti gli interventi si è parlato della responsabilità dei laici e delle donne, anche citando il n. 497 del Documento di Aparecida, dove si dice che è impossibile parlare della nuova evangelizzazione senza una laicato formato che lavori come vero protagonista nella Chiesa. Però, durante il Congresso, non è mai stata data la parola a nessun laico e a nessuna donna. Gli interventi principali sono tutti stati fatti da vescovi, con l’unica eccezione di uno fatto da un sacerdote gesuita.

Altra grande sfida è la posizione della Chiesa in America con la missione ad gentes e ad extra. Gli interventi, anche se molto ricchi di contenuto, non sono riusciti ad assumere la missione ad gentes e ad extra come asse trasversale di tutto il Congresso. È un riflesso della difficoltà ad assumere praticamente la missione, intesa in quel senso, come paradigma di tutta l’azione evangelizzatrice. A me sembra che l’uscita, categoria centrale del pensiero di papa Francesco, sia addomesticata con l’affermazione che tutto è missione. Quando la missione perde la sua centralità come categoria fondante di un nuovo modo di essere Chiesa, si corre il rischio di parlare di missione senza sentire la necessità irrefrenabile di uscire, di andare oltre i propri confini per incontrare davvero le periferie, si trovino queste oltre i confini del proprio gruppo e movimento, o oltre le frontiere del proprio Paese o continente.

In questo senso, è preoccupante constatare che oggigiorno l’America Latina, il continente con più cattolici del mondo, continua a ricevere più missionari di quelli che invia al di fuori dei suoi confini.

 

Sr. Regina da Costa Pedro – Provincia Brasile Sud

 

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