Leggere la Bibbia in un quartiere ostaggio di degrado e marginalità: è l’esperienza, sorprendente, di suor Maria Garofalo a Registro. «Davvero questa gente è più aperta ad accogliere il Vangelo»

Il rosario dedicato a Nostra Signora Aparecida, recitato in un garage insieme ai più poveri e diseredati: è stata questa la porta d’ingresso attraverso cui le missionarie dell’Immacolata a Registro, cittadina nel Sud del Brasile, sono riuscite a insinuare il messaggio liberatorio di Gesù tra le catapecchie del quartiere più degradato lungo il fiume Ribeira. «In questa periferia geografica ed esistenziale, infestata da miseria, droga, solitudine e sofferenza, ho capito che cosa significa che il Regno dei cieli appartiene ai poveri».

A raccontarlo è suor Maria Garofalo, missionaria dell’Immacolata ori­gi­naria di Frattamaggiore, nel Napoletano, da undici anni nel grande Paese latinoamericano. Già da giovane, per la verità, Maria aveva scoperto una predilezione speciale per gli emarginati. Era successo intorno ai 25 anni, dopo che un campo estivo parrocchiale di preghiera aveva dato una svolta alla sua vita. «Anche se vengo da una famiglia molto cattolica, dopo la prima Comunione avevo smesso di frequentare la Chiesa», racconta la religiosa. «Ma quell’estate avvenne per me l’incontro personale con Gesù: un’esperienza forte in cui mi sentii cercata, amata». E, al ritorno, niente fu più come prima. «Cominciai a impegnarmi; insieme ad altri giovani della parrocchia vicino a casa mia andavo a visitare le famiglie che vivevano nei vicoli più poveri del quartiere, portando cibo e aiuto materiale ma anche un messaggio di speranza».

Proprio in quella parrocchia, Maria conobbe per la prima volta i missionari del Pime, venuti a portare la loro testimonianza, e da quell’incontro nacque una frequentazione assidua della casa dell’Istituto a Ducenta: «Anni bellissimi in cui ebbi l’opportunità di respirare la missione attraverso i racconti dei padri e delle suore dell’Immacolata, momenti vocazionali, giornate missionarie, pellegrinaggi con altri giovani… Il Pime è stato per me il terreno buono dove il seme della vocazione è sbocciato». La scoperta più grande di quel periodo – sottolinea suor Maria – fu quella della Parola di Dio: «Me ne innamorai e diventò per me uno specchio: mentre conoscevo Gesù conoscevo meglio anche me stessa».

Veniva inserito così un altro tassello che avrebbe trovato la sua collocazione perfetta, anni dopo, nel quadro della missione della donna, che, trentenne, entrò nelle suore dell’Immacolata. La partenza, concluso il periodo di formazione e studio, fu nel 2009: destinazione Feira de Santana, nello Stato di Bahia, a cui sarebbe seguita Registro, centro portuale lungo il fiume Ribeira nello Stato di San Paolo dove un tempo i coloni portoghesi registravano – appunto – l’oro in partenza via nave per l’Europa.

Oggi, questa città circondata da piantagioni di banane ha una diocesi formata da 18 parrocchie, nel cui territorio vivono anche comunità indigene e quilombolas, formate dai discendenti degli africani schiavizzati le cui terre sono ora in mano agli eredi dei fazendeiros di ieri o alle multinazionali che le punteggiano di dighe e centrali idroelettriche.
A Registro, suor Maria è impegnata soprattutto nel catecumenato: «Anche se il Brasile è in teoria un Paese cattolico, qui ci sono tantissimi adulti che non hanno ricevuto i sacramenti», racconta. «E anche quelli che sono stati battezzati in realtà non conoscono Gesù: può sembrare paradossale, ma c’è ancora molto bisogno del primo annuncio». Ad occuparsene, da queste parti, sono soprattutto i laici: «I sacerdoti sono pochi, mentre le comunità da seguire, urbane e rurali, possono essere decine per ogni prete. Una situazione il cui risvolto positivo è stato il protagonismo dei semplici fedeli: qui sono loro a celebrare la Parola, a portare l’Eucarestia ai malati, a offrire il conforto quando muore un parrocchiano, occupandosi anche dei riti funebri».

Le missionarie dell’Immacolata, quindi, si sono inserite in questa realtà, affiancando i laici nella pastorale e dedicandosi alla loro formazione. «Nella mia parrocchia, che comprende oltre venti comunità, noi suore teniamo incontri di approfondimento per i catechisti e per i ministri della Parola, e questo ci permette anche di conoscere e visitare regolarmente le famiglie», racconta la religiosa napoletana. Che, naturalmente, è in prima linea nel promuovere anche la dimensione dell’annuncio ad gentes: «Giro la diocesi per risvegliare, con incontri e attività specifiche, lo spirito missionario nelle parrocchie». E il modo più efficace per farlo è cominciare a “seminare” questa sensibilità nei più piccoli: «Di recente ho creato un gruppo di bambini e adolescenti missionari, che diventano protagonisti nell’evangelizzazione dei coetanei. Con loro abbiamo organizzato giornate di animazione e anche raccolte di fondi da mandare ai più bisognosi in Africa».

Ma di poveri e di emarginati suor Maria ne ha tanti anche intorno a sé: i disoccupati, gli anziani soli, i giovani schiacciati dalla dipendenza da alcol e droghe che si aggirano come zombie tra le baracche del bairro di Vila Nova, nella parrocchia di São José Operário. Una vicinanza che non poteva lasciarla indifferente.

«Insieme ad altre tre consorelle, abbiamo cominciato a frequentare quelle vie malfamate, spesso battute dalla polizia, per incontrarne l’umanità: parlare con la gente, scherzare con i bambini… E così abbiamo creato i primi legami».

L’amicizia e la fiducia, unite alla diffusa devozione popolare alla Madonna, sono state poi la formula che ha spianato la strada all’annuncio del Vangelo: «Cercavamo un luogo dove incontrarci con alcune donne del quartiere per recitare il rosario a Nostra Signora Aparecida, e una famiglia ci ha messo a disposizione il suo garage. Finché, pian piano, le persone ci hanno aperto le porte delle loro case – tuguri degradati sorti sulla riva del fiume, che quando piove si allagano regolarmente – prima per la novena natalizia e poi per incontri periodici in cui leggere insieme la Bibbia».

Un’esperienza intensa e spesso sorprendente, per come la Parola, in modo naturale e immediato, si rispecchia nella vita quotidiana degli ultimi. «Durante un incontro, sentendo una donna raccontare dei suoi mariti e delle situazioni di abuso vissute, mi sembrava di vedere materializzato l’incontro di Gesù con la samaritana. Mentre a Natale ho davvero visto il Signore nascere in quelle baracche». La concretezza della quotidianità torna poi a sollecitare il testo evangelico: «Le persone condividono le loro preoccupazioni, sofferenze e gioie e questi spunti entrano nella riflessione dell’incontro successivo», spiega suor Garofalo. «La Parola illumina la vita e la vita illumina la Parola. Quando la leggiamo insieme mi si aprono nuovi orizzonti. L’autenticità di questa gente mi evangelizza».

Per spiegarsi, la suora racconta un aneddoto: «Tra i partecipanti ai nostri incontri c’è una signora, dona Maria, che ha perso i suoi figli a causa della droga e dell’alcol. All’inizio, quando la incontravamo durante le nostre visite nelle strade del quartiere, era molto timida, evitava lo sguardo, era ferita e sfiduciata. Poi, pian piano, ci ha fatto entrare nella sua piccolissima casa, un buco spesso pieno di fango.

Ma, quando siamo tornati dopo qualche mese insieme al gruppetto dell’incontro biblico, ci siamo accorti con grande sorpresa che aveva fatto abbattere una parete divisoria in modo da creare più spazio per accoglierci.

Poi, nelle riunioni successive, trovavamo ogni volta un dettaglio nuovo: una tenda, un tappeto… Questa cosa mi ha spiazzato. Un po’ come quando, alla fine dei nostri incontri, queste persone poverissime, che non hanno niente, fanno di tutto per offrirci qualcosa, per farci sentire il loro calore. Davvero i poveri, come dice il Vangelo, sono più aperti ad accogliere il regno di Dio!».

Un insegnamento forte: «Attraverso la gratuità che sperimento in loro, che raramente trovo nei contesti più agiati, faccio esperienza della gratuità di Dio».

Che è anche il modello per l’impegno delle consorelle, in questo bairro di dimenticati che «hanno sete di umanità, di amicizia, di sentirsi amati… dello sguardo di Dio».

Poi, ci sono occasioni in cui è necessario pure l’aiuto materiale, come in questi mesi durissimi in cui la pandemia di Covid-19 ha flagellato il Brasile, rendendo ancora più difficile per i tantissimi “lavoratori informali”, che sopravvivono recuperando i rifiuti riciclabili o vendendo piccole merci per le strade, guadagnare anche quel poco per far fronte alle necessità quotidiane. «Insieme alla parrocchia ci siamo organizzate per distribuire la cesta basica, con il necessario per le famiglie, oltre alle mascherine e ai prodotti per l’igiene, mentre, come congregazione, abbiamo investito per progetti emergenziali. Ma è una goccia nel mare: come possono difendersi dal virus le tantissime persone che non hanno accesso all’acqua, che vivono dove non ci sono le fogne?».

E il problema è più vasto: «Questa crisi sanitaria ha messo a nudo un sistema politico e sociale ingiusto», denuncia suor Maria, che il mese prossimo si trasferirà a San Paolo in seguito alla sua elezione a consigliera regionale delle Missionarie dell’Immacolata. «Il governo Bolsonaro non solo si è dimostrato incapace di affrontare l’emergenza, ma fin dall’inizio ha promosso politiche antidemocratiche e lesive per il bene comune, basti pensare all’accanimento contro le tribù indigene, al crescente disboscamento dell’Amazzonia, alle leggi sull’occupazione che non tutelano i lavoratori mentre favoriscono gli interessi di piccoli gruppi potenti». E i poveri, i “beati” del Vangelo, restano ancora all’ultimo posto.

da Mondo e Missione 8/2020 – ottobre

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