La famiglia di Rut solidarietà oltre frontiera

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Testo: Rt 1,1-22; 2,1-13; 4,13-17.

Il mondo di oggi sembra sempre più orientato verso la chiusura e l’intolleranza culturale e religiosa, che minaccia la libertà dei popoli e la pace. La famiglia di Rut, con la sua testimonianza di solidarietà che supera i confini di razza, cultura e religione, diventa un monito attuale degli umili e poveri che insegnano il cammino della convivenza fraterna.

Il culto della verità

Stavo guardando il telegiornale, quando rimasi profondamente impressionata dalla decisione del presidente americano, Donald Trump, di vietare l’ingresso a tutti i siriani fino a nuovo ordine e per 90 giorni ai cittadini di altri sette paesi musulmani. Il servizio televisivo presentava la situazione di famiglie miste, che correvano il pericolo di essere separate da una legge insensata, che aveva come unico motto: “L’America per prima!”. Immediatamente mi sono ricordata del libro di Rut, nella Bibbia, della situazione politica di quell’epoca, dei vari progetti di ricostruzione del popolo d’Israele dopo l’esilio, alcuni basati proprio su un’intolleranza e chiusura agli altri popoli, della divisione e sofferenza provocata alle famiglie più povere, ma soprattutto della lezione di speranza sempre attuale che la famiglia di Rut consegna all’umanità.
Ma conosciamo più da vicino questa storia, leggendone i quattro capitoli.

“Capisci quello che leggi?” (At 8,20)

Il libro di Rut comincia così: “All’epoca in cui i giudici governavano…” (Rt 1,1). Sappiamo però che il contesto del racconto è un altro!
L’autore o l’autrice hanno probabilmente usato una storia antica per denunciare i problemi del loro tempo. Siamo nel post-esilio, verso l’anno 450 a. C., dopo che Ciro, imperatore della Persia, aveva dato la possibilità al popolo di ritornare da Babilonia a Gerusalemme per ricostruire la città e il tempio. Nonostante questa lieta notizia, la situazione della maggior parte delle famiglie della Giudea è precaria: senza terra, obbligate a lavorare per gli altri (Rt 2,5.9), soffrono ogni tipo di necessità e sono sfruttate dagli stessi parenti più ricchi, che cercano di appropriarsi delle piccole proprietà dei familiari più poveri per estendere il proprio latifondo (Rt 4,4-6).
Scopriamo che, ciò che prima era fonte di sicurezza e difesa della vita, il clan, l’unione e la solidarietà tra le famiglie (Dt 15,7-8), è minato dall’attuale sistema sociale, basato sull’accumulo di ricchezza a qualsiasi costo, che indebolisce e distrugge la fraternità.
In questo periodo, prendono vita vari progetti di ricostruzione: Esdra, un dottore della legge e scriba (Esd 7,6.11-26), che era a servizio degli interessi della Persia, propone l’espulsione delle mogli straniere con i relativi figli dal territorio della Giudea (Esd 9,1-2; 10,2-11). Sono accusate di pervertire, con i propri costumi e tradizioni religiose, la purezza dell’identità del popolo giudeo, introducendo l’idolatria. Anche Neemia, il governatore della Giudea, nominato dall’imperatore di Persia, cerca di trovare una soluzione ai problemi esistenti. Vedendo lo sfruttamento inflitto alla gente dai ricchi proprietari di terra e dai governanti, esige che questi devolvano le terre rubate e perdonino i debiti accumulati (Ne 5,7-13), secondo la tradizione dell’osservanza della legge giubilare (Lv 25,8-10; Dt 15,1-2).

Il messaggio centrale

Una delle chiavi per scoprire il messaggio centrale del testo, viene proprio dalla realtà che abbiamo appena descritto. Di fronte a questo contesto che censura gli stranieri in nome della paura dell’idolatria, si contrappone l’esempio di Rut, la moabita. Appartenente all’antico popolo nemico di Israele, rimane tuttavia fedele alla suocera Noemi, l’accompagna nel viaggio di ritorno alla Giudea, paese per lei straniero, e per questo suo atteggiamento di solidarietà, viene paragonata, per la sua dignità, a Rachele e Lia, le madri che hanno dato origine al popolo d’Israele (Rt 4,11).
Obed, il figlio da lei generato dopo il matrimonio con Booz, è l’erede da cui discenderà il re Davide e, secoli dopo, lo stesso Gesù. In lui si fa più evidente la denuncia del progetto di Esdra, visto che proprio una straniera verrà inserita nella genealogia del popolo di Dio!
Anche il progetto di Neemia è contestato dalla novella. In essa scopriamo come nessun ricco restituisca la terra, anzi un parente cerca di comprare la terra di Noemi, (Rt 4,3-4) ma non vuole assumere la responsabilità di continuarne la discendenza, sposando Rut (Rt 4,5-6), secondo la legge del levirato (Dt 25,5-10).
Non è neppure Booz, proprietario delle terre dove Rut va a spigolare (Lv 19,9-10; Dt 24,19), a prendere l’iniziativa di risolvere i problemi delle due umili vedove. Sono loro stesse che insieme organizzano i passi di un nuovo cammino che si avvale dei diritti esistenti, delle situazioni che la Provvidenza offre, di tanto coraggio e speranza, per cambiare la propria condizione di amarezza e povertà.

La parte connessa al tutto

Es 4,31 e Lc 1,68 = La visita e benedizione di Dio, riconosciuta dal popolo schiavo in Egitto e da Zaccaria, è la stessa visita e benedizione che spinge Noemi a ritornare alla sua patria con Rut, la nuora straniera.
Gn 18,9-12 = Noemi vive la stessa condizione di Sara, sposa di Abramo, ormai in età avanzata, senza figli e incapace di credere all’azione di Dio nella sua vita.
Mc 4,30-32 = La piccolezza del seme di senape è paragonabile ai piccoli passi delle due donne: il ritorno in Betlemme per Noemi e la fedeltà di Rut nel seguirla, l’apertura di Noemi nell’accogliere una straniera come membro del popolo di Dio, l’iniziativa di Rut di spigolare nei campi di Booz… tutti piccoli gesti, che però fanno la differenza nella loro epoca e segnano un nuovo futuro.
Gn 12,1; Es 19,4; Dt 32,11; Sl 17,8 = La decisione di Rut che meraviglia Booz (2,11-12) è paragonabile alla scelta di Abramo, che lascia la sua terra, e del popolo che uscendo dall’Egitto cerca protezione in Dio.
Os 2,16 e Is 40,1-2 = Parlare al cuore del popolo é proprio di Dio in momenti cruciali della sua vita: nel deserto dopo la liberazione dalla schiavitù in Egitto e durante l’esilio. Booz parla al cuore di Rut come Dio parlò al cuore del suo popolo, per rinnovarne le forze e annunciare la consolazione e la libertà.
Is 41,14; 43,14;54,5-6; 63,16 = Dio, in molte occasioni, è chiamato Goêl, il redentore, il difensore, il protettore, così come Booz, il parente prossimo che, riscattando la terra venduta da Noemi, impedisce che il patrimonio si perda definitivamente.
Gn 38,6-26 = Come Tamar costrinse suo suocero Giuda a compiere la legge del levirato (Dt 25,5-10) per garantirle una discendenza, facendosi passare per una prostituta, così Noemi istruisce la nuora perché Booz accetti di esercitare la stessa legge, unendosi a Rut.

Lasciarsi ferire dalla Parola

Il cammino tracciato dalla famiglia di Rut è illuminato dal servizio che permette di trasformare l’amarezza della vita in letizia e speranza. “Servo”, infatti, è il significato del nome Obed, il figlio che darà a Noemi ragioni per vivere. Tutti i protagonisti della novella hanno vissuto in atteggiamento di servizio: Rut, lasciando la sua terra per rimanere fedele a Noemi, rinunciando ad uno sposo giovane, per poter garantire alla suocera la sua terra; anche Booz si fa servo, accogliendo Rut nella sua terra, esercitando il riscatto della terra per Noemi, e sposando Rut per dare una discendenza a Noemi.
Nessuno dei due ha pensato a se stesso, ma entrambi hanno vissuto in una logica di servizio e condivisione.
Quale logica e atteggiamento predomina nelle nostre relazioni familiari?

Non ascoltatori distratti

Amoris Laetitia n° 276 e nº 321
La vita di coppia è una partecipazione alla feconda opera di Dio, e ciascuno è per l’altro una permanente provocazione dello Spirito. L’amore di Dio si esprime «attraverso le parole vive e concrete con cui l’uomo e la donna si dicono il loro amore coniugale». Così i due sono tra loro riflessi dell’amore divino che conforta con la parola, lo sguardo, l’aiuto, la carezza, l’abbraccio. Pertanto, «voler formare una famiglia è avere il coraggio di far parte del sogno di Dio, il coraggio di sognare con Lui, il coraggio di costruire con Lui, il coraggio di giocarci con Lui questa storia, di costruire un mondo dove nessuno si senta solo».

Celebrare nella storia

La classica serata tra amici mi ha fatto conoscere Johnny. Scoprire poi che il destino ci aveva fatto “sfiorare” molte volte, ma senza mai farci incontrare, ha reso ancora più inevitabile il nostro rapporto. Dopo 3 anni abbiamo deciso di sposarci, un passo che mi ha permesso di mettere in discussione molte delle mie convinzioni. A partire dalla casa: ho imparato da lui che il nostro appartamento non deve essere un ambiente perfetto ma confortevole, dove sentirsi accolti e protetti. Ecco perché prendersene cura insieme è importante: aiutarmi è la regola e dividere i compiti una legge. Storicamente il Madagascar era una società matriarcale, sostenere un donna nella gestione del quotidiano fa parte del DNA e della cultura di mio marito. La sua apertura mentale e la facilità di adattamento sono una lezione costante anche per me. Abituarmi a lui non è stato per nulla complicato: prendere le misure reciproche quando si dividono gli spazi e la vita non ha differenza di bandiera, le difficoltà sono le stesse che probabilmente avrei avuto con il vicino di casa italiano. Il rapporto con Johnny però mi offre una possibilità in più per crescere e mettermi in discussione, rivedere le mie certezze o per affermarle con più forza. Un confronto con chi è culturalmente diverso ha il pregio di aprire le prospettive e di crearti opportunità per considerare anche altri punti di vista. (Valeria e Johnny)

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