sr. Janet Reshma Pereira

Sono la figlia  maggiore di Leo e Benedicta, discendenti di una delle tante famiglie fuggite dallo Stato di Goa – India  alcuni secoli fa a causa della persecuzione contro i cristiani messa in atto dal governo Indù e dai musulmani.  Goa infatti era ed è una ricca colonia portoghese di matrice cristiana.

In casa mia, nel Karnataka in India, ho sempre respirato e visto un clima di preghiera: mio nonno riuniva la famiglia per il rosario ogni sera mentre al mattino meditavamo insieme il vangelo del giorno. Dal nonno ho imparato a conoscere la storia di Gesù e di Maria e di tanti santi: ogni giorno prima di dormire ci raccontava qualcosa della loro vita. Con i miei genitori e i miei due fratelli andavo a messa ogni domenica e frequentavo il catechismo del sabato pomeriggio.

In famiglia ho potuto conoscere tanti Istituti religiosi: dai Cappuccini ai Claretiani, dai Verbiti ai Carmelitani ai Diocesani:  ho infatti sei cugini sacerdoti e una cugina suora carmelitana. I loro racconti e il loro modo di essere mi affascinavano. Nessuno tuttavia mi ha mai invitato a conoscere i loro Istituti e mi sono sempre sentita libera di fare le mie scelte. A scuola ci venivano spesso presentate le vocazioni religiose come un modo di vivere appieno il cristianesimo. Io ero attratta particolarmente dalla testimonianza delle nostre sorelle che nel mondo incontravano e aiutavano gli ultimi, portando loro l’annuncio del vangelo. Anche in casa avevo modo di vedere come la fede trasforma le persone. Mia mamma pregava molto per il cambiamento di vita di mio papà che spesso non si prendeva cura di noi, figli e familiari: per le sue preghiere ho potuto sperimentare la presenza di Dio nella nostra famiglia.  Papà è diventato catechista e membro della Consiglio Pastorale della Parrocchia.

All’età di 13 anni ho manifestato ai miei genitori il desiderio di diventare missionaria e a 15 sono entrata tra le Missionarie dell’Immacolata in Andhra Pradesh per un anno di percorso di discernimento vocazionale ‘Vieni e Vedi’, dove ho cominciato a studiare l’Inglese e il Telegu e conoscere più da vicino la vita delle suore. Dopo questa esperienza sono stata inviata come aspirante a Mudarangady, nel mio Stato, per completare di studi superiori e frequentare l’Università per l’insegnamento nelle suole elementari. Dopo la prima Professione nel 2008  ho potuto dedicarmi al lavoro di animazione vocazionale che mi aveva affascinato da ragazza, alla pastorale nei villaggi e all’insegnamento di storia e inglese ai ragazzi. Ho cominciato a vivere quella vita tra la gente che sognavo fin da piccola.

Nel 2015 ho ricevuto la mia “destinazione” per l’Italia: dapprima sono rimasta un po’ perplessa perché eravamo abituate a sentire l’Italia come una terra di passaggio per un’altra missione o per un servizio all’Istituto. A distanza di due anni sento l’importanza di questa missione. Lavoro in una comunità che non ha più il ricordo della presenza di una suora per la catechesi o per la visita alle famiglie. Tuttavia vedo che tra i giovani matura la responsabilità verso i più piccoli: molti di loro, una volta cresciuti diventano animatori delle nuove generazioni e il loro entusiasmo nel trasmettere quello che hanno ricevuto in oratorio o nella catechesi mi rafforza e conferma la mia vocazione di missionaria.  Incontro anche diverse situazioni di famiglie di immigrati che stanno affrontando parecchie difficoltà di integrazione e di sussistenza: pur sentendomi impotente davanti a loro… sento che l’ascolto è un modo per essere più vicina i loro problemi e guardare con occhi diversi le mie fatiche di missionaria “alle prime armi”.

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