Sono Sr. Chandana Rebecca Rozario, originaria del Bangladesh. Quando avevo quattordici anni ho incontrato Gesù, e ho deciso di seguirlo da vicino, per imparare da Lui e per portarlo a tutti.

In questo tempo ho conosciuto le Missionarie dell’Immacolata e la loro passione per la missione e il loro carisma mi hanno attratto così tanto che ho deciso di diventare missionaria. Nel 1997 sono entrata nella famiglia MdI.

Nel 2015, in occasione della Solennità di Pentecoste, ho ricevuto la destinazione per il Camerun. Dopo un periodo di preparazione, il 19 Novembre 2016 ho raggiunto la mia terra di missione. Sono arrivata qui nel nord Camerun tre anni fa, la mia comunità è a Bibemi, Diocesi di Garoua. La mia responsabilità principale è la collaborazione con la parrocchia per il lavoro pastorale. Sono coinvolta in un Movimento per l’infanzia che si Chiama ACE – Cop’ Monde (simile all’Azione Cattolica per Ragazzi), poi nel catechismo e nella formazione dei giovani catechisti.

Mi ricordo che all’inizio della mia esperienza di missione ho avuto tante sorprese differenti, tanti shock, oltre che desideri, sentimenti, speranze… Proprio all’inizio, per esempio, quando sono arrivata all’aeroporto di Yaoundé, un agente mi ha chiesto un Rosario, invece dei documenti! Questo segno è stato una grande sorpresa per me e ha suscitato in me una gioia intima, facendomi sentire benvenuta.

In occasione del mio mandato missionario, avevo scelto una citazione dalla Bibbia, quando Gesù esorta tutti I Cristiani, specialmente i missionari: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28,19). Quando finalmente ho messo i miei piedi sul suolo africano, ho cercato di abbracciare la mia missione ricordandomi di questa raccomandazione di Gesù. In quel momento mi è ritornata anche alla mente una frase della nostra fondatrice Madre Dones: “Voi siete diventate missionarie solo per diffondere il Regno di Dio, perché il Signore sia conosciuto da tutti, perché tutti possano essere salvati”.

Il mio benvenuto nella mia prima comunità, che è situata in periferia, è stato molto affettuoso. Qui la gente è molto semplice, gentile, e amichevole. Quando sono stata presentata in parrocchia dopo la Messa della domenica, un genitore mi ha abbracciato e mi ha detto: “Figlia mia, qui sei a casa”. ‘Figlia mia’, questa parola ha toccato il mio cuore. Da allora ho cominciato a sentire che questo è il mio popolo, la mia gente, le persone per cui il Signore mi ha chiamato e a cui mi ha mandato. Durante la mia breve esperienza qui posso capire le parole di S. Giovanni Paolo II menzionate nel Sinodo d’Africa, dove dice l’enorme necessità di missionari che c’è qui.

Un giorno, dopo la messa dei bambini, una vedova non cristiana mi avvicina e comincia a piangere, chiedendomi di andare a visitare la sua casa: “ma sœur, perfavore vieni a casa mia e dì alle mie figlie di venire in Chiesa”.

Vedendo la sua fede in Dio e la sua fiducia in me, sono andata a visitarla con alcuni animatori. La madre è stata molto contenta per la nostra visita. Da quel giorno, sono state le ragazze stesse a cominciare a venire in Chiesa con gioia e hanno cominciato il catechismo…Una di loro ha iniziato anche la formazione per animatori.

Venendo da un altro Continente, un altro Paese e con un background differente in termini di cultura, come prevedibile all’inizio della mia esperienza in Camerun ci sono state tante cose che non mi aspettavo, tante sorprese. Per esempio, nel contatto con la fede nelle famiglie: lavorando con i bambini, osservavo come alcuni dei genitori non venissero in Chiesa insieme ai loro figli. Quando ho chiesto loro la ragione, mi rispondevano che era perché non erano cristiani, di conseguenza, erano solo i loro figli che venivano in Chiesa perché partecipavano al movimento per ragazzi ACE. Ho deciso allora di iniziare a visitare le famiglie e ho cominciato a conoscere come, esclusi i bambini, il resto dei membri delle diverse famiglie fossero molto spesso musulmani o di altre denominazioni cristiane. In alcune famiglie il padre era non credente e gli altri fratelli e sorelle non appartenevano a nessun gruppo. Ho scoperto che ci sono davvero poche famiglie cristiane, pensando anche ai tanti giovani che non si sposano. L’ostacolo più grande per loro è il sistema della dote, che qui è molto forte. In questa cultura è lo sposo che deve pagare per la ragazza, ma la povertà delle famiglie può spesso costituire una sfida e una barriera. Ho capito come qui sia davvero difficile formare una famiglia cristiana. Ispirati dal Vangelo qui in Nord Camerun vorrebbero cambiare le loro vite ed essere cristiani, ma spesso rimangono schiavi delle loro tradizioni, delle culture e culti. Di conseguenza, qui ci sono anche cristiani che pur essendo battezzati, sono ancora legati alle loro tradizioni culturali. Questa è una grande sfida per noi missionari.

In questi tre anni nella mia terra di missione, posso dire che ci sono molte cose che ho potuto scoprire. Per esempio, ho trovato che qui in Camerun c’è molto rispetto e stima per le persone consacrate. In Francese, sono soliti chiamarci “ma sœur” e nel caso di un sacerdote “mon père” Questa espressione mi ha toccato molto. E’ diventata parte della mia vita. Anche noi ci riferiamo agli altri adulti con cui lavoriamo come “maman”, “papa”. Questo mi ha aiutato molto a sentire che loro sono la mia gente, la mia famiglia. Apprezzo molto inoltre il coinvolgimento e l’impegno che i laici investono nella Chiesa. Attraverso diversi gruppi o movimenti, infatti, offrono il loro servizio alla Chiesa, che di conseguenza fa risultare la liturgia più attiva e viva. Collaborano per aiutare le famiglie che sono in necessità. In questo modo riescono a portare avanti la responsabilità della loro Chiesa locale e diventano strumenti reali di testimonianza e evangelizzazione.

Un momento è stato per me cruciale nel cammino di inculturazione e inserimento qui in Camerun: quando sono andata in uno dei nostri sotto-centri per il nostro programma annuale “Il Giorno dell’amicizia dei bambini”, con un sacerdote e tre animatori per tre giorni. Lo scopo di questa iniziativa è di dare educazione morale e spirituale ai ragazzi.

Per la prima volta, sono stata fuori dalla comunità, in un’area rurale, tutto era nuovo per me. In ogni caso, avevo sufficiente coraggio e fiducia in Dio, per cui non ero preoccupata per la situazione. Partecipando al programma e aiutando a condurlo, ho imparato molte cose. Ho potuto apprezzare la motivazione de partecipanti e il loro desiderio di Gesù, vedendoli arrivare da diversi villaggi, molto distanti, camminando per chilometri e senza mostrare la loro stanchezza. Nonostante tutto erano contenti di essere insieme, di mangiare e di ballare insieme. C’erano almeno 600 persone e non c’era abbastanza posto per sedersi, o neanche posto per dormire, ma ognuno di loro è arrivato col suo materassino e hanno dormito nel posto disponibile, senza lamentarsi. Non c’era abbastanza acqua per lavarsi, o nemmeno per bere, ma nessuno ha detto niente. Io ero veramente preoccupata per tutte queste cose, ma lì ho capito come le mie preoccupazioni fossero inutili, perché stavo guardando loro secondo il mio punto di vista e la mia cultura, e non vedendo le cose dal loro punto di vista.

Questo incontro mi ha aiutato molto a capire, accettare e amare di più la gente. Ho imparato molte cose e sono riuscita un po’ di più ad entrare nella loro cultura, nelle loro tradizioni, toccando con mano la povertà.

Sr. Chandana Rebecca Rozario, Bibemi, Provincia Camerun

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