La nuova Enciclica all’avanguardia “Fratelli tutti” di Papa Francesco ci invita a superare ogni barriera e confine e a rialzarci dagli elementi che ci dividono, come la razza, il colore della pelle, la fede, la casta o la classe sociale di appartenenza.

Rispetto per le altre religioni:

La nostra società in India è arricchita e benedetta da sette religioni e le persone consacrate prestano servizio in tutte queste religioni, portando avanti un dialogo di vita con le persone di credo differente. Non c’è niente di nuovo in questo in India. C’è bisogno di rispettare le altre religioni. I differenti credo, basati sul rispetto per ogni persona umana come creatura, chiamata ad essere figlia di Dio, contribuiscono in maniera significativa a costruire la fraternità e a difendere la giustizia nella società.

Come cristiani in India, siamo chiamati a muoverci oltre al nostro benessere individuale e quello delle nostre famiglie, spostandoci dalla famiglia al vicinato, ai villaggi, alle città, alle nazioni e all’intera razza umana. Questo non solo in termini di dialogo con tutte le religioni e le culture, ma attraverso azioni concrete per costruire una sensibilità collettiva, organizzate attraverso attività comuni e un lavoro insieme verso il bene comune a tutti i livelli.

Religioni e Fraternità:

Nell’ottavo e conclusivo capitolo dell’Enciclica, Papa Francesco si concentra su “Religioni al servizio della fraternità nel nostro mondo” e sottolinea che il terrorismo non è dovuto alle religioni, ma a delle interpretazioni errate dei testi religiosi, così come a “politiche correlate alla fame, alla povertà, all’ingiustizia, all’oppressione” (nn.282-283). Un cammino di pace fra le religioni è possibile e per questo è quindi necessario garantire la libertà religiosa, un diritto fondamentale per tutti i credenti (n. 279).

L’Enciclica riflette, in particolare, sul ruolo della Chiesa, dichiarando che lei non “rinchiude la sua missione ad una sfera privata”. Anche se non coinvolta in primo piano nella politica, la Chiesa non rinuncia alla dimensione politica della vita stessa, all’attenzione al bene comune e all’interesse per lo sviluppo umano integrale, secondo i principi evangelici (nn. 276 – 278).

In ultimo, Papa Francesco cita il “Documento sulla Fratellanza Umana per la pace nel Mondo e la convivenza comune”, da lui stesso firmato il 4 febbraio 2019 ad Abu Dhabi insieme al Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyib:da quella pietra miliare per il dialogo interreligioso, il Pontefice ritorna a richiamare che, in nome della fratellanza umana, la cultura del dialogo deve essere la via, la collaborazione comune la condotta, la conoscenza reciproca il metodo e criterio (n. 285). Nel processo, Papa Francesco ha posto al primo posto le possibilità della Chiesa di riguardare e modificare credenze ferme da tempo, al fine di costruire un nuovo sistema di relazioni.

La devozione interreligiosa porta alla Trasformazione Sociale:

La devozione interreligiosa non è un programma chiuso o per l’auto-compiacimento. Non è neanche un’esperienza unicamente emozionale. Al contrario, è un incontro dinamico con Dio, che trasforma la vita. L’amore di alleanza di Dio include anche la sua fedeltà verso i suoi partner nell’alleanza, che sono i poveri. Questo amore di Dio, che possiamo sperimentare durante il culto interreligioso, dovrebbe richiamare noi stessi ad immergerci e coinvolgerci nella trasformazione della nostra società.

Il nostro culto interreligioso, se deve essere fedele alla rivelzione biblica, degno del Dio che la Bibbia rivela, deve sforzarsi di essere un momento di vera esperienza spirituale, un incontro profondo con Dio, un coinvolgimento e un servizio senza remore al suo piano di Salvezza.

Se deve servire alla sua vera finalità, deve essere necessariamente seguito da un impegno sincero e determinato per combattere contro tutti i tipi di ingiustizia e di oppressione. Deve essere un’adorazione fatta in “spirito e verità”. Questo vale a dire che l’esperienza di Dio ricevuta nella preghiera interreligiosa dovrebbe essere come l’esperienza di Mosè, che si avvicinò al roveto ardente, incontrò l’amore bruciante di Dio, e non continuò a stare sulla montagna, ma scese dal monte e divenne il liberatore del suo popolo.

La preghiera interreligiosa dovrebbe diventare come l’eperienza di Gesù nel Getsemani, dopo la quale Egli si alzò e camminò verso la croce. L’amore sperimentato nella libertà necessariamente porta ai conflitti. Come dice il bliblista indiano Soares-Prabhu, “La croce non è un’intrusione arbitraria nella vita di Gesù. E’ il risultato naturale dell’esperienza dell’amore del Padre in tutta la sua profondità, che inevitabilmente trova la sua espressione in una vita di solidarietà con i deboli, gli sfortunati, i poveri”.

Nel culto interreligioso e negli incontri di preghiera la nostra coscienza di essere amati da Dio ci spinge in avanti per raggiungere gli altri con questo amore. Come dice S. Giovanni: “Chi non ama, non conosce Dio” (1Gn 4,8). Come S. Paolo ci esorta, dobbiamo mettere la carità e l’amore sopra tutte le cose (1Cor 13, 1-3) e permettere allo Spirito di soffiare dove vuole. Lui non sbaglia mai. Di conseguenza, il culto interreligioso è molto di più che il semplice dialogo di vita insieme in armonia, è molto di più che trovare un terreno comune. Riguarda l’ispirarsi e il motivarsi a vicenda.

Sr. Ramila Vadakiya, Delhi Delegation

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