Pandemia: parola che avevo letto solo nel dizionario … ora l’ho vista nella pratica. Questo virus è entrato nelle nostre case, nei nostri Paesi, nelle nostre realtà ecclesiali sconvolgendo tutto.

Dal mio ufficio, interconnessa con il mondo attraverso uno schermo di computer, la diffusione di questo virus è stata come una “OLA” che ha coinvolto il mondo, invece di alzarsi per ricreare l’effetto onda, l’umanità è caduta piano piano in un’emergenza sanitaria che ha attraversato uno dopo l’altro i confini degli Stati, senza chiedere il “visto”. Ha avuto un accesso più facile dove non sono state prese in tempo le misure di sicurezza ed è stato più difficile il suo passaggio dove la gente ha smesso di incontrarsi, interrompendo una vita sociale di cui avevamo scordato il valore perché troppo abituati a viverla.

Scuole, università, intere città sono state chiuse. I voli nazionali ed internazionali sono stati ridotti e tutto è improvvisamente rallentato. La vita quotidiana delle città si è fermata. Roma, bellissima come sempre, non ha perso il suo fascino ma è rimasta senza vita.

E mentre per l’essere umano è stato difficile attraversare i confini, il virus ha circolato liberamente, falciando vite e provocando tanta sofferenza. Ci siamo ritrovate biglietti cancellati, programmazioni rinviate, sorelle che dalla missione dovevano tornare per la visita in famiglia che non hanno potuto ed altre che, dalle proprie terre di origine, non sono riuscite a ripartire per le loro missioni.

Abbiamo dovuto cambiare il nostro “modo di stare insieme”: distanza di sicurezza, attenzione maggiore alle norme di igiene personali e comunitarie, limitazione delle uscite per i vari impegni di ufficio. Chi entra nella nostra casa lo fa con prudenza… con la mascherina, chiedendo a volte, a bassa voce: “c’è qualche persona infetta?” e noi, ricevendolo munite di mascherina, gli rispondiamo a distanza.

Anche il nostro pregare ha assunto dei tratti “virtuali”. Abbiamo accompagnato le omelie del Papa e siamo entrate in Santa Marta senza bisogno di spostarci da casa. Siamo andate in parrocchia attraverso uno smartphone ed abbiamo partecipato alla messa domenicale senza uscire dalla nostra comunità. Abbiamo pregato il rosario per l’Italia, in comunione con i nostri vescovi e i fedeli di buona volontà, sedute di fronte ad una televisione. Attraverso gli schermi siamo andate a San Pietro il 27 marzo e con il papa abbiamo sentito la tristezza di essere su una barca scossa dalla tempesta ed abbiamo pregato per il mondo.

Vivere la cultura dell’incontro però è una necessità e così abbiamo trovato il modo di stare vicini l’uno all’altro. Siamo “migrate” nel mondo virtuale… alcune con diffidenza, nostalgiche di un contatto fisico che per ora non è possibile, altre intensificando pratiche già familiari. Ci siamo adattate, come l’acqua che penetra dove trova uno spiraglio, una possibilità, una via percorribile senza mettere a rischio la comunità.

Abbiamo cominciato ad essere “vicine” attraverso il telefono, whatsapp, la posta elettronica per mandare un messaggio di conforto o per ricevere una richiesta di preghiera. I servizi online ci hanno permesso di donare fondi alle organizzazioni caritative che operano dentro e fuori il territorio italiano. Abbiamo continuato a vivere il nostro essere missionarie nella preghiera, nell’ascolto telefonico, nell’essere ponte tra chi aveva bisogno e chi poteva aiutare.  Il mondo virtuale è stato per noi qui l’unico spazio possibile per incontrarsi con l’esterno, per ricevere e dare informazioni aggiornate, per conoscere più da vicino cosa accadeva nelle nostre missioni nel mondo.

Nel vivere questa esperienza unica posso affermare che in Italia ha vinto la solidarietà. Abbiamo scoperto che possiamo essere uniti anche se non possiamo uscire di casa, che la musica e la creatività sono alcune delle caratteristiche che contraddistinguono il popolo italiano e rivelano il desiderio di vivere ed incontrarsi anche se guardandoci dai balconi.

La fraternità si è resa visibile nelle tante persone che hanno saputo rischiare per la vita dell’altro, che non si sono solo protette, ma hanno custodito la vita dove era più vulnerabile con un gesto, una parola, un sacrificio perché l’altro potesse vivere.

Papa Francesco nell’omelia del giovedì santo ha detto: “Non posso lasciar passare questa messa senza ricordare i sacerdoti: sacerdoti che offrono la vita per il Signore, sacerdoti che sono dei servitori. Questi giorni sono morti più di 60 qui in Italia, nell’attenzione ai malati negli ospedali, anche con i medici, infermieri, infermiere. Sono i santi della porta accanto, sacerdoti che servendo hanno dato la vita”.

Qui in Italia sono morti ad oggi molti sacerdoti, religiosi, medici e infermieri, agenti delle forze dell’ordine, lavoratori che garantivano i servizi essenziali perché si sono esposti al rischio del contagio per essere vicino ai fratelli e sorelle in necessità o compiere il proprio dovere a servizio della collettività.

Nonostante l’incertezza per ciò che riguarda il nostro futuro ed in mezzo a tanta sofferenza una cosa è certa: non ci siamo fatti rubare la speranza, abbiamo vissuto al solidarietà e riconosciuto chi sono “i santi della porta accanto” dei nostri giorni!

Sr. Rosanna Marchetti, Comunità DG Roma

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