Il cambiamento sta nel vivere in modo nuovo le relazioni, nel riconoscere nell’altro un fratello, anche quando soffre, fa soffrire, genera incomprensioni, rabbia o altro ancora.

«San Francesco d’Assisi dichiara beato colui che ama l’altro “quando fosse lontano da lui, quanto se fosse accanto a lui”. (…) Una fraternità aperta, che permette di riconoscere, apprezzare e amare ogni persona al di là della vicinanza fisica, al di là del luogo del mondo dove è nata o dove abita».

Con queste parole si apre l’enciclica Fratelli tutti di Papa Francesco. Un invito a una fratellanza tipica della vita missionaria, come ci dice con parole disarmanti la testimonianza di padre Pierluigi Maccalli, che dopo due anni di prigionia si congeda dai suoi carcerieri dicendo: «Che Dio ci aiuti un giorno a capire che siamo tutti fratelli». Da dove viene la forza, più che il coraggio, di pronunciare queste parole in un contesto così estremo?

Suor Lorena Brambilla, con franchezza brianzola, dice che molti a Hong Kong si avvicinano al cristianesimo perché hanno visto un grande cambiamento in alcuni parenti dopo il battesimo. E il cambiamento sta nel vivere in modo nuovo le relazioni, nel riconoscere nell’altro un fratello, anche quando soffre, fa soffrire, genera incomprensioni, rabbia o altro ancora. Se non questa fratellanza radicata in Dio, che cos’altro avrebbe potuto dare a padre Pierluigi la forza di pronunciare quelle parole dirompenti che possono solo aver squassato il cuore dei suoi rapitori ventenni?

All’inizio del nuovo lockdown milanese ho passato una serata in videoconferenza con un gruppo di giovani in discernimento vocazionale con cui avrei dovuto trascorrere il weekend. Per mantenere il programma previsto, avremmo dovuto stare ore davanti al pc, cosa del tutto invisa a ognuno di noi. I ragazzi avrebbero potuto dire: «Lasciamo perdere, ci vedremo a fine pandemia, di persona». No. Questi ragazzi non hanno ceduto alla logica che subisce gli eventi: «Vediamoci in video per momenti brevi, ma più spesso», hanno detto. «Facciamoci compagnia in queste giornate che sapranno di deserto, perché nel deserto vedere un piccolo fiore ridona speranza». Un chiaro bisogno di fraternità, mediata dal digitale ma vera, col desiderio di un abbraccio che pulsa nelle vene, lo stesso che provava Gesù quando abbracciava Giovanni e lo custodiva nell’Ultima cena.

Francesco ci ricorda di amare l’altro «quando fosse lontano da noi, quanto se fosse accanto a noi». Ecco, amiamoci così in questi giorni di videochiamate, di telefonate ai nonni chiusi in casa soli, di adolescenti che esplodono in casa, di coppie che si guardano negli occhi dopo anni di convivenza lontana, di spazi troppo stretti, di un inverno che si prospetta lungo e faticoso. Amiamoci stando lontani come se fossimo uno accanto all’altro, almeno nel desiderio. Deve continuare a bruciarci nel cuore perché le ultime parole di padre Maccalli ai suoi rapitori sono state un abbraccio fortissimo al cuore di ognuno di loro. Amare l’altro lontano da noi come fosse accanto noi è quel modo nuovo di essere che gli abitanti di Hong Kong hanno visto nei loro parenti diventati cristiani. Rimaniamo uno accanto all’altro dentro questi giorni che ci tengono fisicamente distanti.

p. Mario Ghezzi, Mondo e Missione 10/2020

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