Più di settemila persone in cammino insieme. Duemilacinquecento chilometri da percorrere senza nulla, se non tanta speranza in una vita migliore, soprattutto per i propri figli. In Centro America sta attirando l’attenzione dei media uno dei tanti “esodi” moderni: si insegue una promessa, quella in cuore ad ogni uomo: la felicità.

La regione centramericana ha ultimamente attirato su di sé i riflettori grazie al coraggio di circa 7000 persone che, sfidando i trafficanti di esseri umani, hanno deciso di camminare insieme verso il sogno di una vita migliore negli Stati Uniti. Affrontano un viaggio di circa 2.500 chilometri, insieme. Questo permette loro di rimanere vittime di rapimenti e violenze, oltre che risparmiare loro la spesa di 10.000 dollari abitualmente richiesti dai trafficanti. In molti si sono chiesti come sia stato possibile organizzare un tale fiume umano.

A comporre questo esercito di sognatori è una massa di gente semplice, povera, in fuga da povertà estreme. Questo loro camminare, divenuto ormai un evento mediatico, apre finalmente una finestra su ingiustizie spesso taciute, regimi violenti e condizioni insostenibili di vita. Riporta Internazionale:

«Sono tremila, quattromila, seimila honduregni. Forse di più: nessuno può più contarli. Sul cammino si sono aggiunti alcuni guatemaltechi e salvadoregni. La settimana scorsa, in risposta a un messaggio lanciato sui social network, hanno deciso di lasciare tutto per formare una carovana partita da San Pedro Sula e diretta verso gli Stati Uniti.

Insieme formano un esercito in assetto di guerra. Marciano verso una terra promessa, una terra di mitica abbondanza dove c’è lavoro e sicurezza per tutti. Cantano inni, sventolano bandiere, gridano slogan. Credono nella forza della massa. “Si può fare.” Ma sono allo stesso tempo un esercito allo sbando, sfinito, sconfitto, ostacolato su tutti i fronti, in cui ciascuno fugge per salvare l’ultima cosa che ha: la vita. È composto da umiliati, espulsi, scacciati che non possono tornare al loro luogo d’origine. Più che migranti, sono profughi. Le interviste che hanno rilasciato ai vari mezzi d’informazione rivelano le loro tragedie: nonne che camminano con le loro nipoti, persone sulla sedia a rotelle, adolescenti fuggiti da casa.

Mentre avanzano sotto il sole e la pioggia, dormendo nei rifugi o nelle strade di Città del Guatemala o Tecún Umán, mangiando ciò che gli abitanti gli offrono, parlano con i giornalisti che scrivono del loro tragico viaggio. Di solito i migranti cercano di passare inosservati. Perché nessuno sappia dove stanno andando o perché se ne stanno andando. Questa carovana è l’opposto: la fuga è anche un manifesto, una protesta. È ora di gridarlo in modo che tutti lo sappiano: non si può vivere in America Centrale se si è poveri. »

Le reazioni sono diverse. I famosi tweet del presidente americano minacciano un finale poco da favola per questi migranti. Il Corriere della sera scrive le reazioni del tycoon americano:

«Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump nelle ultime settimane ha più volte affermato che sono necessarie ancora più truppe per rafforzare la sicurezza delle frontiere. […]

Su Twitter Trump ha ribadito che non intende in nessun modo accettare «una invasione» del proprio Paese, rivolgendosi direttamente ai migranti: «Tornate indietro, non sarete ammessi negli Stati Uniti a meno che non lo facciate seguendo la via legale. Questa è una invasione del nostro paese e i nostri militari vi stanno aspettando».

I giornalisti che seguono la carovana, riportando le dichiarazioni del presidente Usa tra i migranti in cammino, hanno raccolto le loro reazioni. Il Messaggero svela i loro volti e le loro storie:

« Spero che la coscienza di Trump si commuova, non per noi, ma per i nostri bambini». Daisy Zuniga stringe al petto un bambino di due anni, con il quale ha camminato sei giorni, sotto il sole del Centramerica. E’ una delle tante donne con bambini piccoli che fanno parte di una carovana partita dall’Honduras con il sogno di attraversare il Guatemala e il Messico per arrivare alla frontiera Usa e ottenere l’asilo.

Gli inviati di varie tv internazionali – Cnn, Bbc, AlJazeera – hanno intervistato vari membri della carovana, ed è stato chiaro che nessuno sapeva che gli Stati Uniti non li vuole. La loro ignoranza, povertà, disperazione li spinge ad andare avanti: «Siamo lavoratori, siamo onesti – assicura un ragazzo di 20 anni –. Io voglio lavorare, non voglio rubare». Marta Torres, il cui marito è stato ucciso da una banda di narcos in Honduras, cammina con due bambini, e piange quando le raccontano che se entra negli Usa potrebbe essere separata da loro: «Cosa faccio adesso, dove vado?»

[…] Varie centinaia dei migranti hanno chiesto asilo proprio in Messico, e l’hanno ottenuto, almeno in forma provvisoria. Molti altri hanno invece deciso di continuare verso il nord. Riunitisi in un parco della città messicana Chiudad Hidalgo, hanno votato per alzata di mano. «Camminiamo tutti insieme» hanno scandito.

Questo evento sta attraversando molti stati, ma anche molte realtà: anche il mondo cattolico si è inevitabilmente dovuto incontrare con questa carovana di umanità. Le parole di mons. Jaime Calderón Calderón, vescovo della diocesi di Tapachula, nel Messico meridionale, sono profetiche:

« “Le prime immagini che abbiamo ricevuto – racconta – sono fonte di grande preoccupazione perché abbiamo visto un folto contingente, pur non sapendo con esattezza quante fossero le persone che fanno parte di questa ‘carovana’. Ma quello che sappiamo con esattezza – e ne abbiamo parlato con i nostri fratelli sacerdoti – è che sono comunque ‘esseri umani’, che a causa di situazioni di violenza, povertà, insicurezza e mancanza di opportunità hanno preso la decisione di lasciare quel poco che avevano nella loro terra per raggiungere un sogno – il sogno americano – di una vita migliore. E questo a noi come Chiesa ci interpella”. […]

“Noi – prosegue – non abbiamo il potere di determinare lo status legale di una persona: questo è compito dello Stato. Lo Stato dovrà chiarire e valutare. Ma quello che sicuramente dobbiamo fare, come credenti, è offrire a queste persone un po’ di aiuto, nella misura delle nostre possibilità. Questo è un dato di fatto: la ‘carovana’ è arrivata ed è passata attraverso la nostra diocesi di Tapachula, che è la porta d’ingresso alla frontiera meridionale: in questo momento, da lì sta passando un fiume umano.

I miei sacerdoti e la mia comunità sta rispondendo all’appello lanciato per portare un po’ di sollievo a tutte queste persone, insieme ad altri gruppi o organizzazioni non governative”, sottolinea mons. Jaime Calderón Calderón spiegando come non sia stato facile perché “la nostra comunità – ricorda – non è ricca e non ha tante risorse: la nostra comunità è povera. I nostri fedeli si sono tolti il pane di bocca per poter aiutare queste persone.

Tutto questo – conclude – mi fa pensare come da una tragedia così grande Dio riesca a tirar fuori la parte migliore di ciascuno, e questo è consolante. Quando tutto questo sarà finito, dovremmo fermarci a riflettere, valutare e ringraziare Dio perché alla fine quello che ci rimarrà sarà l’esperienza cristiana piuttosto che l’esperienza del sacrificio”.»

sr. Paola Locatelli, Italia

 

Letti e commentati per voi:

  1. Escalòn, La carovana dei migranti va avanti inseguendo un miracolo; in Internazionale, 23 ottobre 2018.
  2. Guaita, La carovana dei migranti centramericani in marcia verso gli Usa, anche se Trump non li vuole; in Il Messaggero, 22 ottobre 2018.

AAVV, Carovana dei migranti, Trump schiera 5.200 soldati al confine con il Messico; in Il Corriere della Sera, 29 ottobre 2018.

  1. Protz, Carovana migranti. Vescovo di Tapagula: come credenti chiamati a portare aiuto; in VaticanNews, 24 ottobre 2018.
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