Teresa Capobianco
Partita da Gaeta con il desiderio della missione nel cuore, suor Teresa Capobianco si è ritrovata (inaspettatamente) a operare per quattro decenni a Hong Kong. Dove ha imparato che, per testimoniare Gesù, «tutto comincia dalle relazioni umane»

Amicizia. È questa la parola chiave della lunga missione di suor Teresa, che negli anni Sessanta lasciò, giovanissima, il suo mare del sud laziale e raggiunse una Milano a lei ignota per inseguire il sogno di diventare suora e «servire i poveri in qualche villaggio africano o in un lebbrosario indiano» e invece ha operato per quarant’anni a Hong Kong, in uno dei contesti più sviluppati dell’Asia.
I poveri, però, li ha serviti lo stesso. Che fossero i contadini dell’estrema periferia dell’allora colonia britannica o i vicini di casa nei grattacieli senz’anima della scintillante metropoli, a cui materialmente non mancava niente ma che non riuscivano a colmare il vuoto che sentivano nel cuore.
Suor Teresa Capobianco, nata nel 1948 a Gaeta (Latina), è diventata Missionaria dell’Immacolata grazie ai racconti appassionati dei padri del Pime che portavano la loro testimonianza ai giovani come lei radunati al santuario della Montagna Spaccata, sopra le rocce a picco sul mare del golfo. Ma quando, in un pomeriggio piovoso del febbraio 1983, atterrò a Hong Kong, capì subito che la sua missione sarebbe stata particolare, per certi versi più complessa di quella “classica” che aveva immaginato da ragazzina, perché avrebbe richiesto una dedizione assoluta per riuscire a raggiungere il cuore di un popolo immerso in una cultura difficile da comprendere per un occidentale. A cominciare dalla lingua. «Lo studio del cinese è stato il mio primo e unico impegno per mesi, dopo il mio arrivo nella nuova comunità», racconta.
Suor Teresa viveva con altre nove consorelle all’interno di una scuola per ragazze a Shek Lei, nei Nuovi Territori, su una collina vicinissima al confine con la Cina, da cui nei decenni precedenti erano arrivati circa quattro milioni di sfollati. «Gente povera, che abitava stipata in enormi case popolari, spesso in una sola grande stanza per famiglia, con i bagni in comune: ricordo i lunghi bambù fissati fuori dalle finestre dove le donne stendevano i panni». Era stato monsignor Lorenzo Bianchi del Pime, vescovo di Hong Kong, a volere proprio lì una scuola secondaria femminile, aperta dalle suore nel 1969 e diventata presto un punto di riferimento per l’istruzione nel territorio: «Il Collegio Paolo VI oggi ospita 800 ragazze, di cui una quarantina cattoliche, dalle medie fino alla fine delle superiori».

Con le studentesse, tuttavia, suor Teresa non era ancora in grado di comunicare: «Mi serviva sempre l’aiuto delle consorelle. Cominciai così a seguire una nostra suora indiana che lavorava nella piccola parrocchia e qui, nel corso degli incontri o dei ritiri di preghiera, ebbi la possibilità di iniziare a conoscere alcuni adolescenti e giovani cattolici». La vera immersione nel contesto locale sarebbe arrivata da lì a un anno e mezzo, con il trasferimento in una piccola comunità nell’area rurale di Kam Tin, ancora più remota: «La gente allevava maiali, piccioni… ricordo le zanzare che ci tormentavano! La comunità era in una parrocchia rimasta senza prete residente e dove noi Missionarie dell’Immacolata eravamo andate su richiesta del vescovo. Qui ho iniziato a seguire il primo gruppetto di bambini per il catechismo, cercando di balbettare il mio cinese… Andavamo anche in una scuola di villaggio dove gli allievi erano in maggioranza non cristiani. Ogni sabato, con suor Luigia Mindassi e insieme a un padre del Pime, raggiungevamo i villaggetti più interni dove vivevano alcune famiglie cattoliche rimaste lontano dalla Chiesa per lungo tempo, e si celebrava l’Eucarestia in piccole cappelle. Erano davvero le periferie di cui oggi parla Papa Francesco! Durante la settimana radunavamo i bambini e facevamo un po’ di catechismo, organizzavamo giochi. E poi facevamo visita alle famiglie, cattoliche e non solo. Alcune ci invitavano nelle loro case e ci offrivano una tazza di tè, un frutto. Così, ho iniziato a creare le prime relazioni».
Alcuni anni dopo, padre Vincenzo Carbone chiese alle Missionarie dell’Immacolata di raggiungerlo nel distretto di Tai Po, sempre nei Nuovi Territori ma in una parrocchia urbana che si stava rapidamente sviluppando. «Mi spostai quindi in questa zona di grattacieli dove bisognava accompagnare i fedeli sparsi in un’area molto vasta», racconta la suora di Gaeta. «Piano piano abbiamo cercato di creare tante piccole comunità di fede nei diversi quartieri: ci si incontrava alla sera a casa di qualche parrocchiano e ci si confrontava su diversi temi a partire dalla Parola di Dio. Ognuno sottolineava un aspetto che gli stava a cuore e condivideva le sue esperienze di vita, e poi pregavamo insieme». Un modo per «creare legami tra i fedeli e avvicinare anche le nuove famiglie che arrivavano continuamente».

In quegli anni, suor Teresa sperimentò proprio l’intensità delle relazioni: «Aveva davvero ragione Matteo Ricci: l’amicizia è il primo passo per avvicinarsi al popolo cinese! Le persone sono accoglienti, cordiali e generose, ma anche riconoscenti e costanti nel mantenere i contatti umani. Io ho iniziato dalle piccole cose, come il cibo: spesso i parrocchiani ci invitavano fuori a pranzo e le prime volte facevo fatica ad apprezzare alcune pietanze, come le zampe di gallina e di oca lesse, i cetrioli marini… Poi pian piano sono entrata all’interno del contesto e oggi amo molto la cucina cinese».
A Tai Po suor Teresa sperimentò anche una formula di gestione parrocchiale innovativa: «La comunità era guidata da un’équipe internazionale di sacerdoti e suore cinesi, americani, canadesi e italiani. Eravamo in otto e ogni settimana ci trovavamo per una condivisione di tutti gli aspetti, con pari responsabilità secondo i ruoli… la sinodalità di cui si parla oggi, noi avevamo già cominciato a viverla».
Il periodo di immersione forse più forte nella vita quotidiana degli abitanti di Hong Kong fu quello – ben diciotto anni – trascorso a Tsing Yi, piccola isola nell’area urbana dove le Missionarie dell’Immacolata vivono al 21esimo piano di un grattacielo che ospita quasi mille residenti. «Ogni giorno, per andare in parrocchia o a fare la spesa al mercato, l’ascensore lì lo devi prendere. E quella era per noi un’occasione per conoscere le altre famiglie, per la maggior parte non cattoliche. Pian piano con i nostri vicini di pianerottolo si sono creati legami cordiali, tanto che quando ero malata mi portavano la zuppa cinese. E noi a nostra volta cercavamo di interessarci alle loro vite… una forma di evangelizzazione senza parole». Che, in alcuni casi, ha lasciato il segno: «Non parlo solo di chi ha deciso di battezzarsi, ma anche di tante persone che si sono lasciate toccare il cuore da Gesù e sono state guarite, proprio come accade nel Vangelo».

L’intensità delle relazioni tessute nel corso degli anni in missione suor Teresa l’ha constatata nel momento della prova, quando – quattro anni fa – le fu diagnosticata una grave malattia. «Era un periodo in cui ero molto impegnata, seguivo un gruppo di catecumeni… per me fu uno shock capire che avrei dovuto sospendere tante iniziative e vivere la mia testimonianza in modo diverso. Eppure, anche nel contesto del ricovero in ospedale e delle cure ci sono state persone speciali con cui condividere la mia sofferenza, tanti amici si sono resi disponibili ad assistermi nelle necessità mediche e pratiche. E poi, pur nella mia fragilità, ho potuto svolgere un servizio di assistenza alle ospiti di un centro di riabilitazione per ex tossicodipendenti, con le quali è nato un dialogo profondo». Un dialogo interrotto – ma solo dal punto di vista della presenza fisica – dalla necessità di rientrare in Italia, lo scorso dicembre, per nuove cure. Eppure, non passa giorno senza che la religiosa riceva un messaggio o una telefonata dalle persone con cui ha condiviso un tratto di strada a Hong Kong. «Che cosa mi resta della missione? Resta l’amicizia».

Chiara Zappa, Mondo e Missione di aprile 2023

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