oj 2019

E se si aggiunge anche l’educazione si ottiene la sintesi perfetta dell’esperienza di suor Emanuela Nardin che a San Paolo del Brasile sta sperimentando con gli adolescenti percorsi di edu-comunicazione.

Come conciliare missione, educazione e comunicazione? E come lavorare in questi ambiti specialmente con gli adolescenti? A farsi carico di questa sfida, piena di stimoli, ma anche di difficoltà, è suor Emanuela Nardin, 47 anni, missionaria dell’Immacolata, originaria di Varedo, vicino a Monza.

Da dieci anni vive in Brasile, nella periferia della megalopoli di San Paolo, dove ha avviato un progetto che fa sintesi delle sue “vocazioni” originarie – quella missionaria appunto e quella comunicativa. A cui si è aggiunta la passione educativa. E così, nel quartiere di Vila Missionaria, un’ex favela dove vive con la sua comunità di quattro suore – due brasiliane e un’indiana – ha creato il progetto Olhar Jovem, “Sguardo Giovane”, destinato a ragazzini dagli 11 ai 16 anni, sia maschi che femmine.

«L’idea di fondo – spiega suor Emanuela – è offrire loro un’alternativa alla strada. Perché qui strada significa criminalità, violenza, spaccio, droga e degrado». Oggi Vila Missionaria non è più una vera e propria favela. «Ormai ci sono luce, acqua, corrente elettrica – precisa -, ma le condizioni di vita della gente restano molto precarie, specialmente per la mancanza di lavoro e per la delinquenza molto diffusa. Anche nelle scuole».

Si tratta di un fenomeno inquietante, di cui lei stessa ha fatto esperienza. Per tre anni, infatti, durante un periodo di discernimento, ha insegnato programmazione web e informatica in università, confrontandosi con una realtà piena di problematiche. «C’è molta violenza nelle scuole. E spesso capita che gli stessi professori vengano picchiati!».

Il lavoro d’insegnante, tuttavia, l’ha aiutata innanzitutto a capire, dall’interno, i grandi limiti del sistema educativo del Brasile che, a suo dire, avrebbe bisogno di migliorare molto. «In facoltà arrivavano giovani che non avevano le basi di matematica o di portoghese. Ma che avevano davvero un grande desiderio di imparare e di migliorare le loro vite. Molti di loro facevano anche due ore di strada all’andata e al ritorno per seguire i corsi e magari lavoravano pure per poterli pagare, dormendo pochissime ore a notte. Mi ha molto colpito il loro impegno per studiare e togliersi da situazioni difficili».

Questa esperienza l’ha fatta anche molto riflettere. Non solo, l’ha pure stimolata ad approfondire un tipo di comunicazione partecipativa e dialogica ispirata alla pedagogia di Paulo Freire: l’edu-comunicazione. «Nata in America Latina – spiega suor Emanuela – si propone come un’alternativa all’insegnamento tradizionale che fatica a fornire competenze unicamente dentro il sistema della scuola, in questo tempo in cui c’è un’ampia possibilità di accesso a diversi media». Suor Emanuela ha seguito anche un corso di edu-comunicazione, che viene insegnata pure all’università statale di San Paolo: università a cui lo stesso Comune ha chiesto una collaborazione per cercare di ridurre i livelli di violenza nelle scuole elementari.

L’educomunicazione unisce edu­­ca­zione e comunicazione, che sono anche i due ambiti di competenza di suor Emanuela. Prima di arrivare in Brasile, infatti, aveva studiato comunicazioni sociali presso l’Università salesiana di Roma e aveva lavorato per la rivista delle Missionarie dell’Immacolata, occupandosi anche del sito della congregazione. In Brasile, poi, oltre a collaborare con la nostra rivista “gemella” Mundo e missão, si è impegnata molto anche nelle tematiche educative. Per questo, l’edu-comunicazione ha rappresentato, in un certo senso, lo sbocco naturale delle sue competenze.

«L’edu-comunicazione – spiega – va oltre l’insegnamento di nuove tecnologie della comunicazione e offre un nuovo modo di educare e imparare a leggere il mondo da cittadini protagonisti. In un contesto in cui il sapere è disperso e frammentato fuori dai luoghi tradizionali in cui era circoscritto, come la scuola o la famiglia, l’edu-comunicazione si presenta come un’alternativa al sistema educativo tradizionale che si trova in difficoltà in questo nuovo scenario. Un’alternativa che offre anche la possibilità di imparare insieme e di condividere il sapere in forma circolare. In questo modo gli studenti diventano protagonisti della loro stessa educazione e gli insegnanti o gli educatori sono i mediatori che indicano loro il cammino».

In un contesto difficile come quello di Vila Missionaria – dove le suore dell’Immacolata sono presenti dal 1956 e dove c’è pure una comunità dei missionari del Pime che gestiscono la parrocchia di San Francesco Saverio – è diventato quasi naturale sperimentare sul campo le molte potenzialità che questo metodo presenta, coinvolgendo in particolare gli adolescenti che sono la fascia più a rischio.

«Abbiamo cominciato con un progetto radiofonico – continua suor Emanuela – per provare a far comunicare e lavorare insieme questi ragazzi, distraendoli dalle pratiche di violenza presenti nel quartiere e offrendo loro un’alternativa. Poi, nel 2019, abbiamo ripensato le attività del nostro Centro di formazione Irmã Rita Cavenaghi, che si è costituito nel 1996 per servire le famiglie del quartiere e sviluppare il protagonismo e la cittadinanza responsabile, in particolare di donne e minori. Abbiamo avviato così un altro progetto in collaborazione con l’ong Vocação, proponendo un programma per adolescenti dal titolo Crecer, una sintesi di credere ed essere, con attività integrative rispetto ai programmi scolastici. Vi hanno partecipato circa 120 ragazzi».

Il progetto è stato portato avanti con un’équipe di educatori, tra cui una studentessa che sta facendo un dottorato in edu-comunicazione, uno psicologo, una pedagoga e due fotografi. «All’inizio è stato proposto un corso sul fumetto, fornendo non solo le basi tecniche ma facendo lavorare i ragazzi anche sulle loro emozioni, per aiutarli a rileggere la loro storia e i sogni futuri. Poi abbiamo lavorato sulla fotografia, anche in questo caso insegnando non solo le tecniche, ma aiutandoli pure a stare insieme. A questo proposito, è stato importante lavorare in particolare sulle relazioni e sul senso di responsabilità che un lavoro di gruppo comporta, con incarichi diversi per ciascuno.

Inoltre, abbiamo cercato di affrontare con creatività anche il tema delle emozioni, con una macchina fotografica o un cellulare, educando lo sguardo a cogliere i dettagli della realtà che ci circonda e che spesso non vediamo o banalizziamo». Il tema scelto è stato quello dell’amore e i ragazzi hanno fatto delle uscite in città per fotografare situazioni che lo rappresentassero. Poi è stata organizzata una mostra aperta al pubblico, a cui sono stati invitati anche i genitori.

«È stata una grande soddisfazione vedere il risultato – rammenta la missionaria -; non solo per il prodotto finale del corso, ma soprattutto per la capacità che i ragazzi hanno acquisito di andare oltre le impostazioni tecniche per scattare una buona fotografia. Jennifer, ad esempio, ha imparato la comprensione e la responsabilità di un lavoro di équipe; José Carlos si è impegnato a non rinunciare anche quando la sfida sembrava troppo difficile; Viviane si è dovuta allenare nella pazienza per aspettare il momento favorevole allo scatto fotografico; Samara si è meravigliata nel vedere come fatti e situazioni scontati potessero diventare un’immagine carica di significato».

Per molti adolescenti il corso ha rappresentato anche una palestra per imparare a vivere le relazioni in modo pacifico e costruttivo.
E, dal punto di vista di suor Emanuela, anche un’opportunità di evangelizzazione: «Aiutare adolescenti e giovani a saper leggere la realtà in cui vivono attraverso i mezzi di comunicazione e a saper comunicare rispetto, cittadinanza, amore, comunione con i media è per me anche un modo di evangelizzare».

Purtroppo, con il diffondersi della pandemia di Coronavirus, che ha flagellato in maniera pesantissima anche il Brasile, tutte le attività in presenza sono state sospese e trasferite on line, dove continuano tuttora. «Adesso facciamo un corso una volta a settimana, il sabato. I ragazzi sono una ventina. Ed è molto più mirato. Quelli che hanno partecipano avevano già un interesse e una propensione creativa, sia per la fotografia che per il disegno.

L’obiettivo era quello di aiutarli a vivere e a rielaborare il loro vissuto della quarantena, attraverso l’uso dei colori per far emergere le emozioni e gli stati d’animo che stavano provando. È stata un’esperienza molto interessante, per quanto ci mancasse molto la possibilità di incontrarci personalmente. Adesso sto pensando di proporre un altro corso on line nei prossimi mesi, per poter offrire comunque un’esperienza condivisa in questo momento di grande fatica e incertezza».

Nel frattempo, suor Emanuela continua a riflettere e progettare: «Spesso mi sono chiesta perché non mettere a frutto tutti gli aspetti positivi dei mezzi di comunicazione anche nel campo dell’evangelizzazione. E allo stesso tempo educare a uno sguardo critico verso quei contenuti a cui siamo esposti e che vanno contro i valori del Vangelo e ci rendono insensibili all’umanità».

È un tema su cui è intervenuto anche il Direttorio della comunicazione della Chiesa brasiliana che ha indicato nell’edu-comunicazione una «prospettiva di attuazione dialogica e comunitaria in varie aree tra cui la catechesi, la liturgia, la pastorale». Ma fa riferimento anche all’esperienza della missionarietà, attraverso la quale «la comunicazione della Buona Notizia diventa vita, non ripetizione, testimonianza e non informazione». Per suor Emanuela, quasi un manifesto!

Anna Pozzi, Mondo e Missione di aprile 2021

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