Alcuni temono che quando la Chiesa si muove in ambito sociale si possa confondere con una ong – e il rischio esiste – ma quando l’obiettivo è chiaro ed è radicato in Cristo, come lo è chi agisce, la paura di annacquare l’azione evangelizzatrice non si pone

Uno dei ricordi più cristallini che ho della mia infanzia sono le camminate sulle Dolomiti con i miei genitori; io correvo avanti e indietro sui sentieri di montagna affascinato da panorami mozzafiato e mia mamma mi richiamava continuamente a volgere l’attenzione alla bellezza di una nuvola o di un fiore, a cui altrimenti non avrei dato nessuno sguardo. Le sue parole anche oggi davanti a un fiore sono queste: «Quanto è bello ciò che Dio ha creato, dobbiamo sapere gustare questa bellezza e saperla custodire nella sua meraviglia». Credo che mia mamma, nella semplicità della sua reazione, abbia precorso l’approccio di Papa Francesco nella Lettera Enciclica Laudato si’: «Insistere nel dire che l’essere umano è immagine di Dio non dovrebbe farci dimenticare che ogni creatura ha una funzione e nessuna è superflua. Tutto l’universo materiale è un linguaggio dell’amore di Dio, del suo affetto smisurato per noi. Suolo, acqua, montagne, tutto è carezza di Dio».

«Tutto è carezza di Dio!». Sono parole che i missionari del Pime fanno proprie da 170 anni in tutto il mondo. Da sempre, quando uno di noi arriva in missione, non fa altro che guardarsi intorno e chiedersi: da dove comincio ad annunciare il Vangelo? Una domanda che ci poniamo senza troppi preconcetti, che dice una grandissima libertà di fondo data da un unico desiderio: l’annuncio della Buona Notizia. È un po’ come se ognuno di noi pensasse: «Non importa che cosa debba fare nella realtà in cui mi trovo, l’essenziale è che io possa cominciare a dire il nome di Gesù a chi incontrerò». Quando arrivi da missionario in un luogo dove non sei stato richiesto, dove nessuno ha ancora conosciuto Gesù, non puoi certo iniziare declamando la Scrittura dalle terrazze. Si parte costruendo relazioni, spesso guardando i bisogni concreti delle persone per poterle intercettare, servire nella carità e così cominciare a far passare il messaggio evangelico, per arrivare all’incontro con Cristo Risorto, che è ciò che cambia la vita. Questo metodo è fortemente radicato nella natura del nostro Istituto, per cui possiamo permetterci di partire da qualunque attività, purché faccia bene all’uomo, anche la più banale, per portare la “carezza di Dio” di cui parla il Papa a chi non l’ha mai provata.

Alcuni temono che quando la Chiesa si muove in ambito sociale si possa confondere con una ong – e il rischio esiste – ma quando l’obiettivo è chiaro ed è radicato in Cristo, come lo è chi agisce, la paura di annacquare l’azione evangelizzatrice non si pone. Tutto è carezza di Dio, tutto il Creato vive in relazione, nelle sue diverse forme, dentro l’armonia voluta da Dio. Anche questo siamo chiamati a custodire come annunciatori del Vangelo. Per questo abbiamo lanciato la Campagna “Sorella Papua Nuova Guinea. Salviamo la Casa comune” in occasione dei 170 anni di attività del Pime nel mondo. Sarebbe bello se questa libertà interiore abitasse il cuore di ogni discepolo di Gesù, ovunque. Chi sceglie e abbraccia il Signore non ha paura di perdersi, mai.

Mario Ghezzi – Mondo e Missione di febbraio 2021

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