Chiara Colombo
Isolamento e cambiamenti climatici. Ma soprattutto la sfida di dire il Vangelo in una cultura lontanissima. Suor Chiara Colombo racconta vita e missione su un’isola sperduta della Papua Nuova Guinea

Non si può negare che la Papua Nuova Guinea sia oggi la più “lontana” delle periferie, relegata com’è in un angolo del mappamondo e molto, molto di rado nominata nelle notizie dei media occidentali. Mettendo poi in conto che è composta da circa 600 isole, difficilmente raggiungibili e internamente mal collegate, ne risulta che ogni luogo di questo Paese sia periferico rispetto a tutti gli altri. Periferia nella periferia. «La rete stradale collega le grandi città, ma non le unisce tutte tra loro», racconta suor Chiara Colombo, missionaria dell’Immacolata che vive in Papua dal 2016. «Da Hagen puoi andare a Madang in autobus, ma non arrivi a Port Moresby. Non c’è la strada, devi per forza prendere un aereo». “Frammentato” è forse l’aggettivo migliore per descrivere il Paese. Frammentato in isole e isolette, frammentato nei collegamenti e nelle infrastrutture, frammentato nella distribuzione di ricchezza e servizi, frammentato anche culturalmente. «È impossibile generalizzare e dare un quadro d’insieme della situazione papuana perché ogni zona e ogni isola sono diverse per clima, mentalità, lingua…», spiega suor Chiara. La sua casa attualmente è Kiriwina, la più grande delle isole Trobriand (per vederla su Google Maps bisogna zoomare parecchio). Qui lei e due consorelle supportano l’attività delle due parrocchie, ciascuna delle quali ha sei comunità cristiane: visite ai villaggi, pastorale, catechesi e lavoro di prevenzione sanitaria. La vita su un’isola segue dinamiche diverse da quelle del resto del mondo, e le missionarie dell’Immacolata si trovano ad affrontare le piccole sfide quotidiane dei papuani: «Se piove hai l’acqua, se non piove non ce l’hai come tutti gli altri. L’elettricità dipende dai pannelli solari o dal diesel che arriva via nave ai distributori sulla costa e che qualcuno rivende in taniche nell’entroterra. Vivere su un’isola significa sentire di essere separati da tutto il resto del mondo». I servizi sono solo quelli di base e la sensazione è quella che il governo non si prodighi troppo per garantirli. La maggior parte dei beni arrivano via nave, con i tempi dettati dalle lunghe distanze da percorrere e con i ritardi dovuti al mare grosso. L’aereo per l’isola principale è due volte alla settimana. Se il tempo è bello: altrimenti salta il volo. L’unica cosa che unisce tutti, e che si sta sviluppando a un ritmo sostenuto, è la rete informatica. Anche le isole più piccole ormai sono raggiunte dal segnale telefonico portato dalle antenne, ma la connessione non è mai stabile. «La gestione è affidata ai locali, che non sempre sono scrupolosi. I ripetitori sono alimentati dai generatori a diesel, ma capita che qualcuno rivenda la benzina per arrotondare lo stipendio e lasci tutti senza internet per qualche giorno. E poi ci sono i danni provocati da cicloni o temporali che bloccano tutto». Un problema, quest’ultimo, che si accentua per via dei cambiamenti climatici.

La stagione delle piogge e quella secca sono sempre meno definite, ma questo è il sintomo meno evidente del riscaldamento globale che, ironia della sorte, colpisce prima chi ne è meno responsabile. «Alcune isole sono sparite completamente sott’acqua. Isole minori e disabitate, ma la cui scomparsa ha comunque cambiato la vita della gente. Molte di esse erano adibite alla conltivazione, dato che qui la terra è poca, preziosa e usata principalmente per costruire case. Altre avevano importanti fonti di acqua potabile, che non è una cosa sempre scontata sulle isole abitate. La gente si rassegna e si riorganizza, non ha ancora capito quanto queste cose influenzeranno il futuro», racconta suor Chiara.

L’influsso occidentale non si limita al clima, però. Sempre più multinazionali si sono interessate alla Papua Nuova Guinea, soprattutto per le sue risorse a buon prezzo. Col risultato che il Paese cede senza ricevere un giusto corrispettivo. Nelle isole questo si percepisce per via degli squilibri che provoca. «Sulle nostre coste si trovano delle specie di cetrioli di mare molto richiesti nei ristoranti giapponesi e cinesi», continua suor Chiara. «Per la pesca vengono coinvolti gli abitanti delle zone costiere, facilmente attratti dall’ottimo prezzo pagato per il prodotto del loro lavoro. Quando ricevono il pagamento, però, i pescatori spendono tutto per fare scorte di cibo e altre necessità nei pochi negozi delle isole, concentrati sempre sulla costa. Il picco di richieste è così alto che i prezzi salgono di parecchio. E chi, dall’entroterra, va a fare spese si trova a non potersi permettere nemmeno le cose più essenziali».

A Kiriwina anche il servizio sanitario è scadente: all’ospedale non ci sono medici, solo infermieri e paramedici, con una scorta di medicine che arginano problemi come la malaria e la dissenteria, ma non sono in grado di curare malattie comuni come un’appendicite. «Per queste cose o per i casi più gravi e urgenti l’unica possibilità è andare sull’isola principale. Ma in questo caso la famiglia deve decidere se trasportare il malato via nave o via aereo, entrambe soluzioni poco adeguate per un infermo. Lo stesso vale per i risultati degli esami clinici: i dati devono essere analizzati in un ospedale attrezzato sulla terraferma e i risultati possono metterci mesi a tornare all’interessato. Una persona fa in tempo a “lasciarci le penne”…». E i papuani cercano la cura medica solo fino a un certo punto: ancora molto diffusa è la credenza che la malattia sia legata alla stregoneria. Riti di magia nera per curare le persone sono all’ordine del giorno, purtroppo spesso anche nelle comunità cristiane.

«Non è un fattore religioso, né c’è l’aspetto commerciale dei truffatori come ce ne sono tanti in Italia», spiega la missionaria. «Quello della magia è un retaggio culturale che è più o meno marcato nella persona a seconda del percorso di fede che ha fatto. Chi è più avanti arriva a dire che Cristo batte tutti gli stregoni, ma quasi nessuno è davvero convinto che la magia non esista».

L’aspetto più difficile dell’evangelizzazione sta proprio qui. «L’inculturazione è un pilastro portante del nostro lavoro», spiega suor Chiara. «Partendo dal Vangelo devi illuminare una cultura, utilizzando però il suo linguaggio per permettere alla Buona notizia di entrare nei cuori e nelle coscienze. Solo in questo modo i convertiti restituiranno davvero il messaggio di Gesù nelle loro vite». Nessuno dei simboli tradizionali della cultura locale è al riparo dalla fantasia dei missionari. Nemmeno la yam house, il luogo più sacro dei villaggi, una casupola dove vengono custoditi gli yam, tuberi alla base dell’alimentazione e perciò estremamente preziosi. «Le yam houses hanno una costruzione caratteristica. Ai tabernacoli delle chiese abbiamo dato la stessa identica forma, così che fosse immediatamente chiaro che lì viene custodita la cosa più preziosa per la comunità cristiana. Applichiamo un principio simile al percorso del catechismo e dei sacramenti, che vengono impartiti seguendo le tempistiche dei riti di passaggio locali». Mettere in discussione la propria cultura a un livello così profondo, predicare il Vangelo e vederselo restituito da una famiglia che lo assimila per la prima volta, fare un cammino insieme a loro… Tutti elementi che aiutano anche i missionari, soprattutto nel prendere le distanze da modelli che credono essere comuni a tutti, ma che in realtà non lo sono. «Per far funzionare questo sistema, ovviamente, il primo a mettersi in gioco devi essere tu. Bisogna imparare a declinare i propri valori a partire da quelli universali per agganciarli ai valori dell’altro. E in questo passaggio l’ostacolo principale spesso sei tu stesso».

E a proposito di declinazioni, suor Chiara si è inserita anche in un progetto di traduzione della Bibbia dall’inglese alla lingua kilivila, l’idioma di queste isole. «Per ora esistono materiali per le Messe tradotti dai parroci, ma nulla di ufficiale. La nostra Bibbia sarà la prima ad avere il certificato del vescovo», spiega suor Chiara.

Per il gruppo di traduttori il progetto quinquennale è partito nel 2018 con un corso di informatica e di “infarinatura biblica” – così lo chiama la giovane religiosa – e con una campagna di raccolta fondi per comprare computer e attrezzatura varia. L’ostacolo principale che rallenta la traduzione è la lingua kilivila. «Per ogni parola inglese ce ne sono cinque in kilivila tra cui scegliere! Ma ho voluto unirmi a questa impresa proprio per questo: la traduzione di un testo implica necessariamente l’immergersi in una cultura diversa.

Lo abbiamo visto per esempio quando abbiamo tradotto il brano di Abramo e Sara. Per tradurre il termine “anziani” siamo andati nei villaggi a chiedere agli anziani stessi quale parola usare tra quelle a disposizione. E alla fine abbiamo scoperto che in kilivila ce n’è una specifica che indica la pelle grinzosa del vegliardo. Di questo passo non sappiamo quando finiremo la traduzione, però andiamo avanti». Far conoscere la Buona novella, insomma, non è un lavoro facile. «Ma proprio per questo si accende ancora di più la voglia di spendersi».

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