La parola cinese che propongo per questo nuovo numero della rubrica “tra toni e suoni” è la parola distacco: una parola che Gesù ha ripreso aprendo orizzonti nuovi di significato!

Il carattere è formato da una lama (刀) in alto a destra e da uno strumento a forma di corna (角) di bue ( 牛 ) che serviva a disfare i nodi o a sciogliere i lacci.

Nella sua traduzione in italiano può assumere diversi significati: dallo slegare allo sciogliere, dal liberarsi da qualcosa, al distacco da qualcosa d’altro.

Dallo stesso carattere sorgono parole simili come:

解放 : liberazione

解決 : trovare soluzione,  risolvere

解解开 : sciogliere (un nodo), ma anche in senso figurato

释:spiegare

Tutte le filosofie orientali, e non solo, fanno del distacco e del sapersi distaccare una delle tappe fondamentali dell’addestramento che porta alla saggezza, alla serenità e anche alla realizzazione di sé.

Spesso infatti i desideri ci incatenano nella loro rete, impedendo un uso corretto della nostra razionalità, al punto da causarci sofferenza psichica e spirituale; tenendoci legati ai nostri istinti ci impediscono di vivere e agire da persone libere. Occorre perciò che ce ne distacchiamo.

Come ci ricorda il Buddha: «Dall’attaccamento sorge il dolore, dal dolore sorge la paura. Per colui che è totalmente libero, non c’è attaccamento, non c’è dolore, non c’è paura».

L’attaccamento è un legame e per raggiungere la libertà l’uomo deve liberarsi dai suoi vincoli. La saggezza cinese usa molte tecniche, dalle ginnastiche, alla meditazione, agli esercizi di respirazione, per portare il cuore dell’uomo all’esperienza di vuoto che solo rende possibile liberarsi da se stessi e dai propri vincoli.

Per la filosofia taoista l’uomo realizzato, il Santo, è colui che ha intrapreso un lungo e faticoso cammino di ascesi che lo porta a considerare le cose come farebbe uno specchio, non per avere presa su di esse ma per distaccarsene. Questo porta a vedere la realtà in modo oggettivo, con lucidità; è questo che rende l’uomo saggio, libero e sereno, capace di valutare correttamente ogni situazione.

Anche l’insegnamento di Gesù per i suoi discepoli, per i missionari che manda nel mondo, riprende questo concetto:

Matteo 10, 37: Chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me, non è degno di me;

Giovanni 12, 25: Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna.

Luca 12, 22: “Per questo io vi dico: non preoccupatevi per la vita, di quello che mangerete; né per il corpo, di quello che indosserete”. 

Matteo 10, 10: “Non portate né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento”.

Esigenze radicali che ci possono far paura, oggi più che mai, immersi come siamo nella società del benessere; ma se comprendiamo il dono del Regno, la gioia della buona notizia che è il Vangelo, allora diventa possibile viverla, proprio in virtù della grazia che ci attira e ci fa compiere ciò che non saremmo capaci di realizzare con le sole nostre forze. Allora potremo dire, insieme all’Apostolo Paolo: “A causa di Cristo … ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui” (Fil 3,7-9).

sr. Sandra Covini

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