UNA PRESENZA FATTA DI PROSSIMITA’, DIALOGO E SOLIDARIETA’

di Mariagrazia Zambon, laica fidei donum dell’Ordo Virginum ad Ankara, Turchia

 

Siamo nel mese di Ramadan. Il tramonto ormai è vicino. Dalla finestra contemplo la distesa di tetti costellati da antenne paraboliche. Giù in strada la mia vicina Aysen sta distribuendo bottiglie di bibite, cuscini e cestini da picnic ai figli che si rincorrono festosi. Mi vede e mi incita a scendere veloce: fra poco il muezzin dal minareto annuncerà la fine del digiuno e tutti finalmente potranno bere e mangiare dopo una lunga giornata di attesa. Sono invitata anch’io.

Ripenso a vent’anni fa, quando mi sentivo intimorita e spaesata, estranea a tutto, senza capire una parola di quello che dicevano, né tanto meno dei loro comportamenti.

E ora mi considerano una di loro, una di casa. E così mi sento anch’io.

Qualcuno lo chiama ancor oggi coraggio, o forse incoscienza. A me piace definirla semplicemente fratellanza.

Ora eccomi qui alla finestra. Una qualunque finestra tra migliaia di finestre, puntino che si perde tra i palazzi dei sei milioni di abitanti della capitale turca, nel bel mezzo della steppa anatolica.

Mentre frequentavo il Pime a Milano, forse nessuno avrebbe immaginato che sarei potuta finire quaggiù, sollecitata a scendere in fretta da una mia coetanea turca per condividere con tutta la sua famiglia l’iftar (pasto serale consumato dai musulmani dopo il calar del sole durante il Ramadan) al parco…

In realtà, fin dalla mia adolescenza, ho sempre coltivato una propensione al dialogo con il “diverso”, con chi è altro da me, prima nella mia parrocchia d’origine, poi da giovane facendo l’animatrice a GM e lavorando per le riviste del Pime… Ma perché poi proprio in Turchia?

Un mio amico mi invitò a compiere un pellegrinaggio con padre Paolo Bizzeti (ora Vescovo dell’Anatolia) in questa terra, mappa geografica della nostra fede. Fu una scoperta dei luoghi biblici: dal Tigri e l’Eufrate (citati nella Genesi), all’Ararat, e poi Harran, Antiochia, Tarso, fino alle sette Chiese dell’Apocalisse. Per non parlare dei personaggi che in Turchia sono nati o qui vi hanno abitato: Paolo, Luca, Babila, Tecla, Crisostomo, Ignazio di Antiochia, Efrem, Elena. E ancora, le comunità dei galati e degli efesini, così come gli avvenimenti svoltisi ad Antiochia, Mileto e i concili di Calcedonia e Nicea, per fare solo alcuni esempi, continuano ad essere un punto di riferimento per tutta la cristianità.

L’impressione sconvolgente fu che la Turchia – il Medio Oriente – fosse davvero la Terra Santa dove Dio ha deciso di comunicarsi in modo speciale all’uomo.

Da qui sgorgarono in me tre sentimenti:

Il primo. La GRATITUDINE: Dio fin dalle origini della storia della salvezza si è compromesso con noi qui, in queste terre. Ed è qui che, dopo le prime persecuzioni ai cristiani di Gerusalemme, si è formata la Chiesa universale; da qui è arrivato in occidente il Vangelo. Questa è la terra da cui, come madre, è nata la nostra fede. Il Medio Oriente ha anche la sua storia oscura, i suoi problemi, le sue fatiche e ferite, le sue tragedie e i suoi vuoti. Eppure, ancora oggi questa terra è “un grande laboratorio di fede”!

Da qui il mio secondo sentimento, un gran senso di RESPONSABILITA’ per non lasciare o abbandonare questa terra benedetta da Dio, e, forse, troppo a lungo isolata, ignorata, bistrattata dai potenti di turno.

Infine il terzo sentimento, il desiderio di SOLIDARIETA’ con tutte le persone che qui abitano e soprattutto con i nostri fratelli cristiani ancora presenti. Gli ormai pochi pellegrini che vengono quaggiù spesso vedono solo pietre, e tornano così a casa con un senso di sgomento, se non con la convinzione che in Turchia non ci sia più traccia del cristianesimo. Eppure, sparsi tra 70 milioni di abitanti, ce ne sono ancora 200mila, disseminati in minuscole comunità. Un numero piccolissimo, quasi ridicolo…Una chiesa che è più piccola del più piccolo dei semi.

Come se non bastasse, questo piccolo gruppo di cristiani è molto variegato, composto da ortodossi, protestanti, cattolici latini ma anche armeni, siriani e caldei, profughi perseguitati nelle nazioni vicine a causa della loro fede.

Ecco perché, nel 2001, diedi la mia disponibilità a mettermi a servizio di questa variegata Chiesa madre d’Oriente, a camminare insieme a questi miei fratelli.

E dopo essere stata ad Antiochia per sei anni, attualmente mi trovo, come laica fidei donum dell’Ordo Virginum ambrosiana inviata dalla Diocesi di Milano, presso l’unica parrocchia di Ankara, dedicata a santa Teresa di Lisieux e gestita da due gesuiti.

Certo, chi entrasse nel mio “ufficio parrocchiale” non esiterebbe a definire la nostra la “spiritualità dello spillo”, guardando all’enorme cartina della capitale turca che occupa tutta una parete, con in dettaglio strade, piazze e vicoli di questa metropoli. Colorata, anche se muta ed impassibile, è però infatti puntellata – per chi li riesce a vedere – da piccoli, sporadici spilli: sono la comunità cristiana di Ankara, 400 persone circa (dai neonati agli anziani) sparpagliati su tutto il territorio della città… proprio come aghi in un pagliaio!

Una ragnatela di relazioni, volti, confidenze, ricche di drammi, speranze, gioia e coraggio.

É da loro che imparo la PROSSIMITA’: un minuscolo gruppo di fedeli che la domenica si ritrova in chiesa, e non importa se siro ortodossi, armeni, latino-cattolici o caldei, pregano, cantano, si stringono attorno all’Eucarestia, luogo dove attingere la forza di essere cristiani.

Ma la nostra porta è aperta a tutti.

Ci sono i catecumeni che mi chiedono di parlare della mia fede, di quel Gesù a cui sto donando tutta la mia vita, di quella Chiesa per cui sto spendendo le mie energie.

Ci sono i non cristiani che si interrogano su quel Dio che noi chiamiamo Padre e che mi chiamano nelle loro scuole e università a parlare della nostra religione, ma ci sono anche i tanti miei vicini musulmani con cui si è instaurato un bel legame, fatto di amicizia e aiuto reciproco, che vengono ad accendere una candela a Maria per il figlio ammalato, per un parente in difficoltà, per il proprio matrimonio.

Ci sono persone che vengono da lontano confidando di trovare una chiesa accogliente, una famiglia ospitale. Ci sono persone di passaggio che chiedono una preghiera, un consiglio o semplicemente di essere ascoltati.

Mi metto in ascolto e io, che sono la straniera con un’altra cultura e di un’altra fede, imparo da ciascuno di loro cosa vuol dire credere nell’amore, nell’ospitalità, nel rispetto reciproco, coniugandolo nelle varie sfumature di quell’unico linguaggio che ricerca il Bello, il Buono, il Vero.

Il mio invito, allora, è per chi vuole approfondire il dialogo interreligioso, la storia e la cultura di questo grande popolo: invito a non cadere nei tanti luoghi comuni che circolano sulla Turchia e a non chiudersi nei cliché, ma anzi chiedo di cominciare ad aprire una finestra del proprio cuore, magari esplorando il sito “AMO – Amici del Medio Oriente” (www.amo-fme.org) per poi, chissà, lasciarsi un po’ abbagliare dalla luce di questo mondo, così come è successo a me tanti anni fa!

Mariagrazia Zambon

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