Sr. Lorena Brambilla HK
Nella metropoli scossa dalle proteste dei giovani e dal giro di vite sulla libertà di parola, suor Lorena Brambilla – missionaria dell’Immacolata – investe sulle relazioni umane, dall’ospedale al carcere. «C’è bisogno di un senso, oggi più che mai»

Il dettaglio che più colpì – e un po’ spaventò – suor Lorena Brambilla quando iniziò la sua missione a Hong Kong, otto anni fa, fu il numero di serrature che separavano la gente “fuori” dalla casa delle suore: «A Pozzuoli, dove avevo trascorso sei anni di studio e animazione missionaria, era sempre tutto aperto! Lì invece abitavamo all’interno della nostra scuola secondaria per le ragazze e, prima di arrivare all’appartamento, dovevamo superare il cancello custodito dal portinaio, il portoncino oltre il cortile, l’ascensore e infine, al quinto piano, la porta di casa chiusa a chiave! Sentivo una distanza che mi metteva a disagio».

Quella distanza apparente, suor Lorena avrebbe imparato molto bene a colmarla, con pazienza, passione e la sua innata attitudine a tessere relazioni. «Fu proprio questa mia caratteristica che aveva spinto le superiori a destinarmi a Hong Kong, nella convinzione che in quel contesto sarebbe stata una risorsa importante… ma io l’avrei scoperto solo dopo qualche anno! All’inizio, la scelta mi aveva lasciata spiazzata: avevo pensato più all’Africa, al Brasile…».
In effetti la brianzola suor Lorena, nata a Bellusco (Mi) nel 1975 e cresciuta in oratorio, dove avrebbe maturato la vocazione a 24 anni quando già lavorava come ragioniera, ha un temperamento decisamente “mediterraneo”, rafforzato proprio negli anni seguiti alla prima professione, nel 2004, trascorsi nel Napoletano mentre studiava Teologia a Pozzuoli.

«Quando la madre generale mi telefonò per annunciarmi la proposta di destinazione, rimasi incredula: non sapevo nemmeno l’inglese! Avevo quindici giorni per dare una risposta… e alla fine scelsi di affidarmi: il primo, vero, atto di affidamento della mia vita missionaria». Seguìrono quindi un anno a Londra, per studiare la lingua, poi un corso internazionale in Italia. E, infine, la partenza.

«I primi due anni di missione, nel quartiere di Shek Lei, furono ancora densi di studio: dovevo imparare il cantonese e per questo gli incontri con i fedeli in parrocchia, in quel periodo, rimanevano per forza superficiali». Tuttavia, suor Lorena trovò lo stesso il modo per “investire” in relazioni: «Una volta alla settimana andavo a fare volontariato nell’istituto per disabili fondato da padre Giosuè Bonzi. Un’esperienza molto bella e arricchente. Il personale – che non era cattolico – era molto incuriosito dalla mia presenza: mi chiedevano chi fossi, perché fossi lì, perché avessi lasciato la mia casa e la mia famiglia… Ricordo un uomo, le cui bambine frequentavano una scuola cattolica, che aveva sentito qualcosa sulla fede cristiana e che, in mezzo ai disabili, trovava il coraggio per chiedermi spiegazioni e chiarimenti. Una volta mi disse: “Ma il vostro Dio perdona…”. Quel dettaglio lo aveva colpito, affascinato».

La ricerca di senso, il bisogno di serenità e pace sono una costante – oggi suor Lorena lo sperimenta quotidianamente – tra le persone che affollano l’ex colonia britannica, indaffarato hub finanziario e del business che in questo momento lotta per difendere la democrazia e non cedere al bavaglio di Pechino.

Persone che la missionaria incontra regolarmente durante le riunioni per i catecumeni adulti, che ha incominciato ad accompagnare quando era impegnata nella parrocchia dei Santi Cosma e Damiano a Tsuen Wan, nei Nuovi Territori, e che oggi segue nella piccola comunità di St. Patrick, a Kowloon, cuore dello shopping e della movida hong­konghese (e delle proteste antigovernative dei giovani).

«In molti vengono a chiedere di avvicinarsi alla religione cattolica perché hanno un parente che ha ricevuto il Battesimo e in cui hanno visto un cambiamento che li ha interrogati», racconta la suora. «Non manca chi è tentato di battezzarsi per favorire l’ingresso del figlio in una delle scuole cattoliche, il cui livello è ottimo, ma è chiaro che a continuare il cammino è solo chi scopre una motivazione spirituale fondata». E non sono pochi. «Nella mia parrocchia, che conta circa seimila fedeli, cioè quanto un piccolo paese, ogni anno abbiamo una trentina di battesimi di adulti».

Suor Lorena, da parte sua, non organizza gli incontri e la catechesi – «in quello sono bravissimi i laici!», racconta – ma offre una presenza fatta di testimonianza, cura umana e spirituale, attenzione a livello personale. «Io faccio una riflessione durante l’incontro, e c’è sempre qualcuno che alla fine si ferma per chiedermi qualcosa, per condividere una sua esperienza. È così che ho cominciato a conoscere la vita di questa gente. E ho scoperto tanta ansia, preoccupazione costante: le persone sono immerse in una società che chiede loro di lavorare senza sosta, essere efficienti, con il pensiero fisso del profitto scolastico dei figli, visto che i voti alti sono essenziali per continuare gli studi… Uno stato di apprensione che è aumentato con il recente aggravarsi della situazione politica».

Il giro di vite sulla libertà di espressione, ufficializzato dalla legge sulla Sicurezza approvata lo scorso giugno, ha fatto sorgere molti interrogativi sul futuro di Hong Kong, in particolare nelle giovani coppie, che rappresentano la maggioranza dei catecumeni, e che si trovano a immaginare la loro vita in una società non più libera come quella che avevano conosciuto in passato.

«Mi ha molto impressionato il fatto che tanti, di fronte a questa situazione precaria, abbiano già deciso di non avere figli», confessa la missionaria. «Due sposi cristiani mi hanno detto: “Per dare un futuro adeguato a dei bambini dovremmo emigrare, ma non ce la sentiamo, dunque preferiamo non averne”».

Ma ci sono anche storie come quella di Ashley, che, nel mezzo di questo tempo convulso, si è ricordata di una sua insegnante cattolica, «una persona buona», e ha intuito che Gesù poteva essere «qualcosa di buono da offrire ai miei figli». Così «ha cominciato a venire in parrocchia con una sua amica, per conoscere questo Dio che si è incarnato per essere sempre vicino a noi». La settimana scorsa, Ashley si è battezzata, insieme al suo bimbo di due anni.
Dal piccolo appartamento dove suor Lorena vive insieme ad altre quattro missionarie dell’Immacolata al 21esimo piano di un grattacielo sull’isola di Tsing Yi – «qui in quattro palazzi come questo potrebbe abitare l’intera popolazione di Bellusco!», ride -, la religiosa brianzola si muove non solo per andare in parrocchia. Ogni settimana, ad esempio, fa visita ai malati cattolici in un ospedale buddhista. «Non ho il permesso di andare a incontrare anche i pazienti di altre fedi, ma in ogni stanza ci sono otto ospiti e alla fine li conosco tutti».

La sfida più difficile è la visita al primo piano dell’ospedale, dove c’è l’hospice per i malati terminali. «Ho accompagnato tante persone affette dal cancro. Per me era la prima volta: all’inizio mi spaventava, non sapevo cosa dire, poi ho capito che, per loro, l’importante era la mia presenza, anche perché spesso i figli o i parenti, molto impegnati, si fanno vedere ben poco. E siccome tanti pazienti rimangono lì per parecchi mesi, si instaurano delle relazioni intense, si cammina insieme per dare un senso al dolore e alla prova della morte».

È un bisogno di relazione, sebbene in un contesto del tutto diverso, anche quello delle giovanissime detenute che la suora italiana visita ogni mese insieme a un gruppo di volontarie della diocesi. «Si tratta di ragazze cinesi, quasi tutte finite in carcere per traffico di droga. Sono contente anche solo se ci ricordiamo il loro nome! Insieme facciamo attività ricreative, magari guardiamo un film, però nell’incontro inseriamo sempre anche un brano del Vangelo: un messaggio che magari un giorno si ricorderanno».

Incontri, rapporti umani: di questo hanno sete gli anziani delle case di riposo – «che a volte decidono di battezzarsi a ottant’anni!» – così come i giovani, che «generalmente vengono allevati dalle domestiche filippine, visto che i genitori lavorano e rientrano tardi alla sera». Ma come vivono i ragazzi che frequentano la parrocchia la fase preoccupante che la loro società sta attraversando? «Si rendono conto che il governo vuole sopprimere il senso critico dei cittadini, a cominciare proprio dagli studenti, e non ci stanno. C’è chi, a malincuore, decide di trasferirsi all’estero, mentre chi resta partecipa, spesso attivamente, al movimento di protesta».

Un tema delicato, questo, da affrontare all’interno della comunità cristiana. «La Chiesa è divisa. A livello di clero, ma anche alla base. Una nostra catechista è moglie di un poliziotto e, viste le tensioni tra polizia e manifestanti, temeva che la sua presenza in parrocchia potesse creare disagio. Noi abbiamo deciso invece che su questo argomento ognuno deve sentirsi libero di fare le sue scelte, e ufficialmente non entriamo nel merito. Poi, con i giovani io mi confronto. E cerco di far loro capire l’importanza di mantenere le proteste nonviolente».

Quel che è certo è che «le limitazioni alla libertà di pensiero minacciano tutti. E noi missionari, in quanto stranieri, siamo osservati speciali. Eppure, proprio per questo, la nostra presenza ha ancora più senso di prima: siamo qui per dire ai cittadini di Hong Kong “siamo con voi” e aiutarli a tenere vivo in loro il senso critico, a non smettere di pensare».

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